Cliccando qui puoi vedere la sintesi realizzata per il Centro Teatro Spazio.

In occasione del workshop intensivo gestito da Alessandro D’Alatri sulla “figura dell’attore e la regia dello stesso” presso il Centro Teatro Spazio (di cui puoi vedere una clip cliccando qui), luogo incantevole che ho la fortuna di frequentare, ho avuto l’occasione di intervistare il regista, e soprattutto conoscere l’Uomo, che c’è dietro la cinepresa.

Alessandro trasporta il vissuto del mondo attorno a sé nei suoi film, i suoi lavori, le sue serie televisive, contaminando quelle realtà con i sentimenti dei suoi personaggi, spesso figli di scrittori o dei vicoli di città come Napoli. Uno dei suoi ultimi lavori a tal proposito è la seconda serie de I Bastardi di Pizzofalcone tratto dai libri di Maurizio de Giovanni.
Due volte David di Donatello, Alessandro ha inoltre avuto il piacere di lavorare con quella che poi per lui è “un’amica”, così come mi ha detto e avrete modo di “vedere e sentire”, Anna Pavignano, compagna per anni del celebre Massimo Troisi, che proprio al Centro Teatro Spazio, fece i suoi primi passi artistici.

Conoscere Alessandro mi ha dato tanto, perché in un mondo in cui i cinema distribuiscono soltanto “commedia, commedia, commedia… cinema americano, cinema americano, cinema americano…”, c’è ancora chi crede della poesia della settima arte.

Kundera una volta ha scritto “le ideologie facevano parte della storia, mentre il dominio dell’imagologia inizia là dove la storia finisce.” Quanto l’immagine sta perdendo il suo valore oggi?

Secondo me l’immagine non sta perdendo valore. C’è l’abuso dell’immagine, c’è una quantità di immagine prodotta che crea confusione. Questo è il mondo dell’immagine, stiamo vivendo l’epoca dell’immagine. Oggi la gente consuma più immagine, che articoli, libri, veicoli di approfondimento. Quindi il problema credo sia nella decodifica dell’immagine. Noi viviamo una grande mancanza delle istituzioni nell’istruzione, nella scuola, non esiste un’educazione all’immagine. Altri paesi ad esempio lo fanno da parecchio tempo, da parecchi decenni. Stiamo cancellando anche la storia dell’arte che in realtà era l’introduzione allo studio dell’immagine. Perché vedi… il problema non è quante immagini ci sono, ma quanto siamo in grado di decodificarle, di comprenderle, di capirle, di capirne il valore. Da questo punto di vista siamo in un territorio di quasi analfabetismo, a livelli di massa… poi a livelli di “nicchia” c’è chiaramente chi gestisce la qualità dell’immagine. Quindi io credo che il problema sia quello di ri-alfabetizzare, in qualche modo, chi fruisce del mondo dell’immagine a una valutazione, a una corretta valutazione; e poi per carità io sono contro le censure: io sono d’accordo che ci sia la libertà dell’immagine, ma ci deve essere anche libertà di valutazione del valore dell’immagine.

Hai avuto modo di lavorare con Anna Pavignano, compagna per anni del qui storico Massimo Troisi. Cosa
puoi dirci di lei e cosa significa per te scrivere una sceneggiatura a “quattro mani”?

Intanto Anna è una carissima amica, oltre che una bravissima sceneggiatrice. Quando penso ad Anna penso all’ingiustizia che molto spesso si respira in questo paese. Perché Anna, credo, sia una delle poche sceneggiatrici italiane che sia stata nominata all’Oscar per la sceneggiatura (per Il postino di M.Troisi e M.Radford, ndr). E vedere quanto poco prodotto invece viene favorito dalla scrittura di Anna, fa ragionare sul fatto che neanche gli Oscar riescono a muovere le figure professionali. Anna secondo me è una persona di una grandissima sensibilità, e credo che sia stata molto importante nel rapporto con l’opera di Massimo. Da quando è intervenuta Anna in qualche modo c’è stata anche una crescita dal punto di vista drammaturgico dell’operazione cinematografica di Massimo Troisi. Io me la son fatta raccontare in largo e in lungo, mi sono divertito a sentire come lavoravano, qual era la metodologia… ed era bello sentirlo raccontare da lei. Io non ho avuto la fortuna di conoscere Massimo, però è stato un personaggio importantissimo per il cinema italiano, perché è stato un portatore di valori alti all’interno del mondo della comicità. Cosa che viene sempre vissuta in Italia come un prodotto, comunque sia, volgare, ignorante (la comicità, ndr). Invece massimo è uno che ha dato tanto peso e tanta cultura all’immagine cinematografica. Quindi… sapere che Anna è stata una collaboratrice stretta, nonché anche la persona vicino a lui sentimentalmente, ogni volta me la fa apprezzare tantissimo, perché per me è una fonte inesauribile di aneddoti e racconti. Ho fatto con lei due lavori, che erano Casomai da un mio soggetto e Sul Mare da un suo libro. Anna ultimamente sta scrivendo molto, ed è passata alla letteratura, anche perché gli spazi, ripeto, nella sceneggiatura si sono ristretti tantissimo, moltissimo per chi sa scrivere e Anna è una che sa scrivere. Leggere i libri di Anna è formativo. Lo suggerisco perché raccontano da un punto di vista introspettivo una quantità di elementi interessanti soprattutto dal mondo femminile, ma anche dal mondo maschile letto attraverso una visuale femminile. Quando insieme abbiamo scritto Casomai c’eravamo fatti la promessa che ciascuno di noi avrebbe difeso il sesso opposto: io prendevo la difesa del mondo maschile vista dal mondo delle donne e lei lo faceva dal punto di vista maschile… ed è stata una bella partita, perché ci siamo molto divertiti, perché abbiamo eliminato tutti i cliché. Ognuno sapeva esattamente cosa aveva davanti. Ci diciamo spesso “sentiamoci sentiamoci”… poi ultimamente mi son fatto napoletano quindi è più difficile vedersi, però questa tua domanda mi ha fatto venire voglia, adesso in treno, mentre torno a Roma, di chiamarla.

Il montaggio realizzato per il Centro Teatro Spazio

Ne sono contento! Dopo aver visto in particolare Americano Rosso e Sul Mare, mi sono chiesto “chi è la Donna per Alessandro D’Alatri”? Adesso lo chiedo a te.

Sono la cosa, la cosa… già cosa è sbagliata… sono quell’elemento fondante nella mia vita. Io sono circondato da donne, ma non perché sono un Casanova, ma perché ho due figlie femmine, la moglie, la casa piena di amiche della moglie e delle figlie, per cui il femminile l’ho sempre respirato perché è la mia famiglia. Ma poi ho sempre avuto un’attrazione, un senso di attenzione nei confronti del femminile, perché io sento che secondo me hanno una marcia in più… sento un privilegio dello sguardo femminile… spesso cerco di capire quanto io posso avere questo elemento di femminilità nell’attenzione alle cose, perché è un modo di vedere completamente diverso da quello maschile. Sono dei meccanismi ad orologeria complicatissimi, ma in questa complicazione c’è però una capacità di analisi e di sentire l’altro che molto spesso a noi maschi sfugge. Noi siamo meccanismi molto semplici: on, off. Una donna invece ha una quantità di tastiere che sembrano la console di un jet, per cui questa complessità a mio avviso fa la differenza. Io per esempio ho tantissime collaboratrici nel mio lavoro. Donne, perché mi relaziono con piacere con loro, che hanno la capacità, quella marcia in più, che le permette di vedere laddove molto spesso noi maschi non riusciamo. Noi siamo un po’ più superficiali. E allora un uomo deve trovare quell’aspetto, quella componente femminile che abbiamo e che molto spesso reprimiamo per vergogna per pudore, per superficialità e frequentare le donne mi aiuta molto spesso a riflettere su quanto perdo io nel mancare attenzione in quella direzione. Volevo due figlie femmine e due figlie femmine ho avuto, e poi sono drammaticamente affascinato dal femminile, mi piacciono proprio! Sono drammaticamente antico da questo punto di vista, però anche profondamente felice perché nella diversità femminile trovo la completezza di quello che manca a me e credo che, non per discorsi di genere, piena libertà in tutte le direzioni, ma io sento che quando sto con una donna completo quella parte mancante di me e penso, io, di essere quella parte mancante del femminile. Abbiamo una combinazione anche biologica meccanica… Combaciamo. io in quella in quella relazione mi sento a mio agio, poi capisco che ci siano altre possibilità, altre tendenze, altri sviluppi, ed è giusto che tutti facciano quello che vogliono, questo secondo me è importantissimo, anzi biasimo chi non rispetta questo.

Tarkovskij in un suo film, Il Sacrificio, diceva che la recitazione ha una componente femminile enorme, senza quella…

Io trovo che l’universo è femmina. Perché è l’universo che genera. Noi siamo perdenti rispetto alle donne, perché noi non generiamo. Se c’è qualcuno che genera veramente e creativamente perché crea qualcosa è proprio la femmina. Noi facciamo molto poco nella prolificazione. Il nostro intervento è veramente questione di secondi quando va bene! (ride) Sono attimi di secondo… Mentre invece la gestazione è una cosa che mi affascina perché è il meccanismo della vita: è una gestazione femminile, quindi come si fa non essere affascinati da questo? 

Ieri hai detto ai ragazzi “non c’è cosa più difficile della semplicità”. Di solito serve più un grande attore o un
attore “neo-neorealista”?

Guarda… io non sarei così tranchant rispetto soltanto a un ruolo che è l’attore. Io penso che sia una regola di vita quella della semplicità. Quindi secondo me servono persone. Dentro l’attore c’è una persona, dentro un falegname c’è una persona, dentro un ingegnere c’è una persona… io trovo che secondo me si parla soltanto dell’attore o del regista, che sono posizioni sicuramente più popolari, più visibili, ma quello che si richiede ad una persona è di essere umani e di essere persone nel rispetto, e soprattutto nella capacità che queste persone hanno di raccontarsi, relazionarsi al mondo. L’attore per me è uno dei tanti mestieri della vita e come tutti i mestieri ha un senso se viene fatto con quel giudizio, quell’attenzione e quella capacità sensibile di sentire gli altri. Quando un falegname è felice, perché ha fatto un tavolo che non traballa, credo che sia la stessa soddisfazione di un attore che ha interpretato un personaggio bello. Non vedo una differenza tra queste due cose, e credo che quest’orgoglio nel fare le cose fatte bene, è un orgoglio che andrebbe recuperato. Oggi il mondo del lavoro è stato mortificato a 360 gradi, non viene più riconosciuto l’orgoglio a difesa di quello che uno fa, quando uno fa le cose…. io vengo da una famiglia molto semplice, mio nonno era un contadino, mio padre un operaio e io non ho mai sentito mio padre lamentarsi perché era frustrato di quello che faceva. Era orgoglioso di quello che faceva, e così mio nonno, che si faceva un culo così con la zappa ancora, voglio dire, parliamo di un’epoca in cui non c’era ancora la meccanizzazione totale. Trovo che questo orgoglio andrebbe recuperato e nel campo nostro sicuramente andrebbe recuperato e riconosciuto anche per tutti quelli che fanno questo lavoro. Si parla sempre del cinema e del teatro soltanto in funzione di attori e dei registi, ma il cinema ed il teatro sono anche delle industrie, per quanto possano esserci delle differenze, che danno da vivere a un sacco di famiglie. Ci sono famiglie intere come le famiglie dei circhi che fanno delle professioni, i macchinisti, gli elettricisti, che sono fondamentali, senza di loro non si potrebbe fare questo lavoro. Appartengono a generazioni di persone che hanno fatto questo lavoro, quindi io penso che il nostro lavoro è un lavoro come gran parte dei lavori che non può essere soltanto soggettivo: se un mio film funziona bene è merito soprattutto della collettività che ha lavorato bene. Se funziona male probabilmente la responsabilità è mia, perché nel mio ruolo, comunque sia, sono quello che ha fatto le scelte e se ho sbagliato allora il film viene male. Non credo a quello che dice “sì, il film era bello ma gli attori non erano bravi” perché gli attori li mette insieme il regista. Le squadre le mette insieme il regista, una figura che ha la responsabilità. Poi per carità esistono i talenti, però la regola dovrebbe essere che il cinema è un’arte collettiva. Spesso invidio lo scrittore che con una penna bic e un foglio ha la libertà di scrivere ovunque e progettare la sua idea del mondo in quel modo, o un disegnatore che con la matita riesce a fare la stessa cosa. Noi che facciamo questo lavoro abbiamo bisogno di un supporto di un sacco di persone e quindi la cosa bella di questo lavoro è che proprio senza gli altri non si può fare.

La clip del Workshop “sulla figura dell’attore e la regia dello stesso”.

In questi due giorni di Workshop che abbiamo fatto qui al Centro Teatro Spazio, partendo da un trafiletto di giornale sei riuscito insieme ai ragazzi a creare dei veri e propri personaggi. Come si crea l’anima di un personaggio?

Non ci sono riuscito io, ci sono riusciti loro, perché è stato il loro compito. Che è stata anche una bella lezione di vita perché noi siamo abituati molto spesso a leggere gli articoli come fatti che non ci riguardano, quindi li vediamo con una certa distanza. Invece questo esperimento ci ha dimostrato che ogni cosa che ci circonda è materia di interesse. Io credo che non esistano storie non interessanti, esiste un’attenzione e una disattenzione rispetto alle storie che incontriamo. A volte possiamo essere superficiali, a volte non ci interessa quell’argomento, ma questo è un altro discorso. Quando si legge l’occhio di una storia, se andiamo a scavare bene dentro, troviamo vite e le vite non possono mai non essere interessanti, anche le peggiori.

Nei tuoi film spesso a parlare sono gli occhi. Cosa deve comunicare per te uno sguardo e cosa deve comunicare un’inquadratura?

Sai, è uno dei 5 sensi. Il cinema viene fruito attraverso lo sguardo, è lo sguardo di qualcuno ed è poi visto dagli sguardi di molti… si spera sempre siano parecchi! Si fa per gli altri il cinema.  Vedere si presta come il sentire per esempio. Ha quell’interpretazione che è doppia. Vedere significa vedere le cose, ma significa anche vedere quello che c’è dietro le cose. Il cinema secondo me ha come peculiarità, quello di essere rappresentativo di mondi che non si conoscono: vedere cosa c’è nel backstage della vita, quello che spesso non viene rappresentato. Io amo anche il cinema realistico, quel cinema-verità che è interessante, è un percorso. Però è anche vero che la verità raccontata soltanto come un fatto documentaristico relega il prodotto a un elemento documentaristico, diventa un documentario. Il cinema passa sempre attraverso una visione, c’è un’interpretazione, c’è un filtro. Quando il pubblico legge un romanzo diventa regista di quel romanzo, perché immagina i mondi suggeriti dalle parole. Il cinema invece suggerisce non le parole, suggerisce le immagini, quindi il regista è uno. La fruizione, se funziona il film, può diventare collettiva. Quindi vedere è un elemento importante perché non è soltanto un vedere superficiale, ma significa anche vedere attraverso le cose, vedere gli stati d’animo, i percorsi. Quante volte noi parliamo e non diamo il peso alle parole giuste? Il cinema ci fa vedere quanto a volte le parole pesano di più. Quante volte diciamo “però i dialoghi erano lunghi?” Ma quanto abbiamo misurato quello che abbiamo ottenuto dal dialogo? A volte diciamo “i dialoghi erano corti”: quanto abbiamo misurato la tonicità delle parole che erano state messe in gioco? Quando io dicevo prima che è necessario un lavoro lungo, perché sarà un lungo lavoro, di ri-alfabetizzazione e di educazione all’immagine, credo che sia proprio questo: rieducarci anche al vedere le cose. Come al sentire anche. Vedere e sentire… non è un caso che poi il cinema faccia parte del mondo dell’audiovisivo, quindi è vedere e sentire.

Per te cosa significa sentire?

Sentire significa intanto ascoltare e l’ascolto, voglio dire, è l’incipit del libro più importante della nostra civiltà occidentale che è la Bibbia. “In principio fu il verbo” e il verbo significa che il verbo è fatto per chi ascolta. Quindi l’ascolto è l’invito alla storia delle storie. Il libro dei libri comincia in questo modo.  Significa anche Auscultare, sentire in qualche modo il polso di una situazione, ascoltare la voce degli altri, dei diversi, di chi è lontano da noi, di chi non conosciamo. Oggi molto spesso si ha paura del diverso, ma è la paura non della diversità, è la paura… perché ci fa paura il diverso? Perché non lo conosciamo. Non lo abbiamo ascoltato. E quindi non ascoltare, il non conoscere, ci mette in una situazione che sarebbe l’ignoranza, di paura.  Quindi se noi abbiamo paura vuol dire che siamo ignoranti. Perché non conosciamo quello che può farci bene o farci male. Allora nella paura e nell’ignoranza totale dell’altro, mettiamo in moto meccanismi che sono il rifiuto, la negazione, la violenza, la volgarità, e questo allontana di più gli altri. Quindi ascoltare secondo me è un esercizio di civiltà. Oggi la televisione stessa molto spesso nei Talk Show nega l’ascolto. Mi dà fastidio quando vedo questi talk show dove la gente si parla una sull’altra e si accavallano, perché c’è qualcuno che non è capace di ascoltare e non fa finire il dialogo a chi sta parlando e poi diventa una catena … l’ascolto è un atto di civiltà. Poveri sono sono quelli che non sanno ascoltare.

Roma e Napoli. Città diverse ma dalle affini capacità di adattamento. Cosa può aiutare queste città a superare i loro costanti problemi?

Questa è una domanda enorme. Perché poi non è solo Roma e Napoli, io parlerei di un sistema Italia: è il paese che ha delle grandi difficoltà. E purtroppo poi è deputato ad ogni città di affrontarsele con i propri mezzi, e con le proprie soluzioni. Io in questi anni che sto trascorrendo a Napoli per motivi di lavoro, e adesso mi aspetta un altro anno di sosta napoletana di cui sono molto felice, ho trovato in Napoli una città dove sto bene. Forse in questo momento è la città dove sto meglio di quelle che ho visitato o abitato in Italia.  Sono romano, orgoglioso anche di essere romano, però a Napoli sto bene. Sto bene perché c’è una cosa che secondo me…. la divido in vari punti: uno è il fatto che nel bene e nel male, quindi anche nel male,  Napoli è una città che ha mantenuto un’autenticità. Molte città italiane hanno perso questa autenticità con la globalizzazione, con la modernizzazione, eccetera. Roma per esempio non è più una città autentica, io faccio fatica a ritrovare i romani a Roma. Trovo un’altra cosa che è un prodotto di qualcos’altro che è prodotto di qualcos’altro. I napoletani invece sono abituati in qualche modo a masticare culture diverse, e forse è la città più multiculturale che noi abbiamo in Italia. I greci, i fenici, i romani, gli spagnoli, i francesi, i normanni, turchi, è passato di tutto da qua, i Savoia, la repubblica, il fascismo, i tedeschi, i nazisti, cacciati per altro… gli unici cacciati violentemente dai napoletani son quelli. Allora questa città è una città che mi ha dato l’idea che tutti questi li ha fatti entrare… se li è assorbiti e poi li ha fatti dissolvere.  E quindi è rimasto sempre un po’ il meglio di qualsiasi cultura passata. Questa stratificazione multiculturale fa la differenza di questa città. Parlo di Napoli ma secondo me la Campania in generale ha questo elemento. Napoli ne è l’epicentro chiaramente. Un’altra cosa è l’accoglienza: è una città che ha un porto. Quindi già è votata all’accoglienza. Le navi arrivavano, scendeva la gente, ripartivano. Un via vai continuo. Napoli è una città accogliente. Ma proprio perché il napoletano è accogliente. Se non sei capace di apprezzare l’accoglienza a Napoli dici che addirittura a volte è fastidioso. ” ‘no e pigliatv a tazzulell”, “non c’è bisogno”, “prendetene un’altra”….c’è questa offerta continua e in più il napoletano ha una cosa bella: è felice di piacere. Il napoletano ha l’orgoglio di essere apprezzato dagli altri. Se a un napoletano gli dici quanto mi piace questa città è contento. Cioè gli fa piacere, a Roma se a un romano gli dici “che bella roma” quello dice “ambè chissenefrega mi fai passà che devo andà a lavorà?”. C’è un atteggiamento, un po’ diverso da questo punto di vista, percepisco questa cosa e Napoli secondo me in questi anni non è un caso che è la città che ha avuto un implosione col turismo e che l’economia sta girando meglio degli anni precedenti nonostante siamo in una fase di crisi. Napoli è una città attiva, ricca, è un polo culturale frizzante. Io in questi anni che sono stato qui ho conosciuto pittori, scultori, poeti ballerini artisti, musicisti,  registi… il teatro per esempio è Napoli in italia. È la città che ha prodotto più drammaturgia in italia. Se leviamo Pirandello, Goldoni, e pochi altri, andiamo a vedere qui chi c’è stato, Scarpetta, Petito, EduardoViviani, Ruccello, arriviamo fino a Borrelli oggi…  è una città che ha prodotto una quantità di cultura interessantissima per il teatro. A Napoli poi vado tantissimo a teatro perché poi quando sto qui faccio casting, vado a vedermi gli attori, mi vado a vedere la quantità di teatri, incluso questo qui dove siamo noi adesso. Anche le realtà più piccole producono qualità. Che magari poi fa un lavoro di selezione e questa qualità la trapassa in un teatro medio, che poi diventa uno grande, che poi diventa quello grandissimo, però… io quest’anno ho visto a Napoli uno degli spettacoli più belli degli ultimi anni della mia esperienza, che è La Cupa di Mimmo Borrelli, un capolavoro assoluto della drammaturgia contemporanea, scritto in versi in bacolese antico. Detto così dici “o dio mio, maronn ro carmine!” e invece è meraviglioso. Le parole diventano anche onomatopeiche, c’è una prestazione di attori, un allestimento, una forza, una violenza artistica che a me ha colpito molto. Questo non lo trovo laddove il teatro è diventato fucina intellettuale e basta. Qui a Napoli invece l’arte del teatro è maschia, tonica, muscolare, è femminile per sensibilità: l’equilibrio è perfetto.

Come si salva il cinema d’autore?

Il problema non è il cinema d’autore: dovremmo dire come si salva il cinema commedia? come si salva il cinema d’azione? come si salva il cinema d’animazione? come si salva il Cinema? C’è un problema secondo me proprio di forma mediatica, è il cinema che sta in sofferenza e sta in  sofferenza perché è stato gestito ed è passato tra le mani di persone che del cinema non gliene fregava niente. A cominciare dalla politica, e il cinema negli ultimi decenni è stato sostenuto dalla politica, finanziamenti, robe… leggi che hanno favorito non l’autonomia di chi è un investitore. Oggi non c’è nessuno che produce il cinema con i propri soldi. Noi nella grande storia del cinema italiano abbiamo avuto Ponti, De Laurentiis, altro napoletano, Cristaldi, Grimaldi, altro napoletano guarda caso… che erano imprenditori: mani in tasca-soldi-film. Che facevano il giro del mondo, che facevano la storia del cinema. Questo non c’è più. Oggi il cinema si fa col bilancino: prendo un po’ di qua, un po di là, un po’ da quello, un po’ di tax credit, un po’ di svirgolamenti, quindi tutti sono imprenditori e quindi nessuno è imprenditore. Le distribuzioni… il lavoro che hanno fatto le distribuzioni in Italia è che hanno distribuito a senso unico. Commedia, commedia, commedia. Cinema americano, cinema americano, cinema americano. Pochissima qualità intellettuale o artistica, che invece c’era e veniva prodotta. L’esercizio ha favorito quello che la distribuzione prometteva: commedia, commedia, commedia… 9 euro costa un biglietto del cinema. Netflix con meno di un euro hai l’abbonamento di un mese, posso vedere 1000 film, e allora c’è una politica economica  rispetto al cinema che è completamente sbagliata. I costi di gestione di un cinema mi dici? Io vado a teatro con 5 euro. Come è possibile? È stravagante che il teatro costa meno del cinema. Con 20 euro a Roma vai all’Argentina, o qui a Napoli, ho visto gli abbonamenti anche qui dei ragazzi del Bellini… con 20 euro vanno 4 persone a teatro. Con €20 al cinema vanno due persone. Sono le politiche industriali ad essere sbagliate completamente e poi c’è la scarsa qualità offerta al pubblico. Io dico sempre che in Italia un film non si nega a nessuno. Chiunque fa cinema, e nessuno vede il cinema. Quindi legittimando questo chiunque è stato legittimato il nulla. Non c’è più un valore di selezione, ma basta essere agganciato nella situazione giusta. È uno dei motivi per cui sto facendo televisione, perché quantomeno mi misuro con un rapporto industriale vero. La televisione genera il merito: se va bene viene vista, se non va bene non viene vista e quindi tu sei fuori. Almeno è meritocratica più del cinema in questo momento.

Edgar Morin una volta ha detto:
“noi chiediamo legittimamente al pensiero di diradare le nebbie e le oscurità, di mettere ordine e chiarezza nel reale, di rivelare le leggi che lo governano, mentre la parola complessità può esprimere solo il
nostro imbarazzo, la nostra confusione, la nostra incapacità di definire in modo semplice e di denominare in modo chiaro, di mettere ordine nelle nostre idee” io credo che il dono più grande del cinema di D’Alatri sia l’aver trasformato la parola semplicità nel riflesso della suddetta complessità.

Lo incasso volentieri, spero di essere all’altezza di questa promessa, è una promessa importante, un complimento forte, come non essere d’accordo? Grazie a voi.

Grazie mille Alessandro.


Napoli è una città accogliente. Ma proprio perché il napoletano è accogliente. Se non sei capace di apprezzare l’accoglienza a Napoli dici che addirittura a volte è fastidioso. ” ‘no e pigliatv a tazzulell”, “non c’è bisogno”, “prendetene un’altra”….c’è questa offerta continua e in più il napoletano ha una cosa bella: è felice di piacere. Il napoletano ha l’orgoglio di essere apprezzato dagli altri. Se a un napoletano gli dici quanto mi piace questa città è contento. (Da sinistra Antonio Tatarella, che si è dedicato alle riprese, Alessandro D’Alatri, me.)