Ieri sera in uno strano raptus, ho avuto modo di ri-parlare con Bukowski. Ok, non sono degno dirà qualcuno di voi senza sbagliare (forse). Però Bukowski è diventato un fenomeno così commerciale per coloro che amano gli aforismi, che a volte, mi viene quasi da abbassare il capo nei confronti del folle maestro, e butto giù righe, a volte anche cattive, contro di lui e contro la vita, cercando di non essere breve: Bukowski in sorsi non si digerisce.

Consigli:
Provate a immaginare una scena di vita, e raccontate ciò che vedete secondo i vostri filtri, al di là del risultato e della veridicità dei fatti.
Questo sotto, è il mio tentativo, il mio chiacchiericcio.

-Sono le 4, sì, Bukowski, dove eravamo rimasti? Ah sì, Sartre stava bevendo un caffè… ma che ne sai se Sartre bevesse o meno quantitativi liquidi di caffeina?
Ah Charles, non rammenti mai che di liquidi non esistono soltanto i tuoi.
Come dici? Sono troppo pulito nel linguaggio. Non ho la tua macchina strizzapalle Charles, ho usato le tue frasi per rimorchiare in passato, nulla più e nulla di meno; ora sto Solo seduto Solo a parlarti con Solo una tastiera tra le mani.
Solo.
Sartre e il suo benedettissimo caffè: va bene, beveva caffè, con un libro di Platone tra le mani.
Ma sì, i grandi scrittori recenti dovevano sicuramente sapere delle luride attitudini naturali e quella roba là. Cazzo vuoi Charles? Non ho studiato abbastanza, non ho le basi per discuterne davvero con te, posso solo far finta di discutere con te che, cazzo, non ci sei più tra noi vivi.
C’è questa scena che accade davanti a lui, troppo intento a pensare al suo benedettissimo caffè, che lui non nota: una donna, seduta alla fine dell’ipotenusa del triangolo Sartre-donna-angolo del “Monsieur Bar”, impreca contro un ragazzo in giacca blu, uno di quelli eleganti ma che come un Balto moderno non sa più se è un cane o un lupo, un uomo o un ragazzetto.
La donna lo implora, gli dice di non basarsi solo sulle sue esperienze personali, e anche se lui fa sì col capo, lei continua, come se lei vedesse negli occhi di lui un diniego, un falso e un bugiardo. Tutte queste sacrosante persone.
C’era qualcosa di sessuale tra i due, come se non bastassero i ripetuti rapporti del tizio con le 4 figlie femmine della signora, per la quale quella sbraitava, e sbraitava, fottuta la miseria se sbraitava! come se le volontà delle persone potessero essere comandate:
Ma ci pensi Charles? Uno che ti vuole comandare, come si fa? Come diam…
-È la madre, cazzone.
-Sí, sí, Charles vorrei pure dar peso a queste parole immaginate, ma ci rendiamo conto che quel ragazzo in giacca blu siamo io e te? Dove hai lasciato il Buko perverso? Noi e il nostro continuo rinunciare a raccontare in maniera semplice la fica, vedi, mi fai diventare volgare come te (ride).
Ok, ci siamo. La tizia si alza, gli tira la sua tisana bollente sui pantaloni e lui inizia a gridare come una donnetta impazzita. Puttana eva, dovresti vedere la faccia!, tanto che il tizio inizia a correre per il bar urlando “questa grandissima troooo…”, nel frattempo la cameriera inciampa con una zuppa di fagioli e cipolle su quello seduto davanti a Sartre, quel coglione con la bombetta. Cipolle e fagioli, siamo in Francia, il cuoco è messicano e sì, in un bar francese può succedere questo e tanto altro.
Comunque un fagiolo si spiaccica dopo un volo dal cateto SguardoSartre-Attenzione Sartre, proprio nel caffè di Sartre. Una goccia, per effetto della fisica, rimbalza dritta sul foglio bianco.
Era quasi del tutto bianco il foglio, che era bello distante da quel fottuto caffè che chissà se il nostro pensatore avesse bevuto per davvero.
C’erano solo due parole già scritte in alto su quel foglio al centro: “LA NOSTALGIA”.
La macchia pervade lentamente, col suo marrone, la carta.
Sartre inizia a buttar giù tutto, impassibile. Poi cancella il titolo. Affianco scrive: “la nausée”. Toccando per ultima cosa, prima di staccare la penna dal foglio, quella nauseabonda macchia marroncina, sfortunata ad aver perso la sua compattezza conosciuta nella tazzina bianca.
-E il tizio con la giacca blu?
-Cazzo, era la madre, Charles.
-Eh sì, erano figlie sue. Bella storia inventata.
-Come fanno i film verità oggi, mon amis.
-E perché non le hai mai detto nulla? Dello scrivere, dei sentimenti, di queste chiacchiere a vuoto con me? Parlate ancora con me, dannazione. Parlatevi.
-Avevo paura mi si fermasse il respiro Charles. Con chi avrebbe pianto poi?


“Siamo arrivati all’epoca degli uomini doppi. Non abbiamo più bisogno di specchi per parlare da soli.”