Sambuca 18 – Volare, oh – oh!

“Miramare. Miramare Francesco”

“Destinazione?”

” Italiana. Ne scelga una a caso.”

“Residente a Napoli?”

“C’è scritto”

“Quindi è un sì?”

“Faccia lei”

A bassa voce… “Stronzo”

“Mi scusi?”

“Napoli…effetti personali?”

“Veramente vorrei sapere perché mi ha chiamato stronzo!”

“Non lo è?”

“Si che lo sono! Ma lei come si permette? Mi dica il suo nome almeno.”

“E lei ci prova così? Con una che ti da del lei e dello stronzo? Signor Miramare, lei è più stupido del suo fasullo cognome e questa fila dietro di lei spero si incazzi sul serio”

Effettivamente dietro di me una fila di persone arrabbiate come in ogni aeroporto che si rispetti c’era. Tutti fremevano di partire. Una signora anziana e quello che doveva essere il nipote apparivano la fusione perfetta di Travolta e Jackson in Pulp Fiction versione Stallio e Ollio politically correct.

“Che ne dici pesce a brodo? Ti pare normale? Paghiamo questa gente profumatamente e guarda cosa ci ritroviamo!” feci allo snello Vincent Vega, bianchissimo e con lo sgurdo perso sotto un cappellino dalla visiera troppo larga per il suo viso.

“What?” mi fa.

“This… hostess is a crazy!”

“Non sono un hostess imbecille.” La ragazza era un fuoco. Non avevo fatto nulla per farla arrabbiare a tal punto. Pensai sapesse di quanto successo il giorno prima tra me e Berenice: lei sì che aveva motivo di arrabbiarsi. Ma lei, ora, davanti a me… cosa voleva?

“Basta io mollo tutto.”

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Pensai sapesse di quanto successo il giorno prima tra me e Berenice: lei sì che aveva motivo di arrabbiarsi. Ma lei, ora, davanti a me… cosa voleva?
“Basta io mollo tutto.”

La tipa esce da dietro la sua postazione, si slega i capelli e se ne va. Appare una ciocca blu dai suoi capelli neri, ci mostra un dito medio e va via. Semplicemente, va via. Una collega in pausa prende subito il suo posto. Un’altra invece la segue subito.

Una situazione paradossale che mi fa chiedere a me stesso e alla nonna di Vincent “Pesceabrodo” “ma alla fine che cosa ha fatto di strano? Sta pazza s’è solo scocciata di aerei e viaggiatori come me”.

Gente terrorizzata senza un motivo inizia a discutere, chi fa per dimenarsi, finché la nonna urla “Boooomb!!”. L’aeroporto impazzisce, lei ormai con le cuffiette nelle orecchie evita l’amica e il caos, quando improvvisamente due poliziotti la placcano. È una scena ai limiti del normale. Il mio istinto rifiuta quel caos e accorre alla situazione. “Ehi. Ehiiii!”

Neanche il tempo di avvicinarmi e buuum. BOMB. Buio. Un manganello sui miei denti fa strike. Perdo un molare ma è come nei film: non ricordo nulla se non lo sguardo dei due poliziotti e la tipa ora seduta affianco a me. Per un attimo pensai davvero ad una bomba esplosa in aeroporto.

Avevo davanti delle sbarre che separavano la mia cella da quella della tizia dalla ciocca blu. La guardai e pensai che se non avessi vissuto quanto vissuto, non avrei mai usato il nome Miramare.  Miramare… che idea era? Usare un documento falso per tornare in Italia. Ma perché? Berenice mi aveva salvato, ma non da me stesso. Ero solo un bambino con la voglia di fare guai. Le avevo promesso che sarei andato in Italia. Idee a posto e sarei tornato da lei. L’avrei fatto? Avrei rivisto il suo biancore per possederlo ancora?

“Come lo sapevi? Era perfetto quel documento.”

“Ti conosco. Mi segui su instagram.”

“Ti seguo su Instagram…Cosa?” il mio mondo era una rete vera e propria di contatti e persone conosciute dopo una delusione d’amore. Una rete tesa dal peggiore dei ragni, perché per aver provocato tutte queste disavventure soltanto una pessima creatura combina-stronzate doveva essere.

“Siamo immersi in una rete a-sociale. E tu non hai la faccia del terrorista. Lo avrei capito. Sei solo un’imbecille e ti chiami Pisaca.. Pisaqualcosa…

“Pisacane.”

Cosa dirle? Aveva ragione. “ E hai ragione.”

Davo ragione a una pazza in uno di quei momenti surreali che almeno diventerà una fantastica storia da raccontare agli amici.

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Davo ragione a una pazza in uno di quei momenti surreali che almeno diventerà una fantastica storia da raccontare agli amici.

“ Ti ho già vista in qualche aeroporto.”

“Sì, ma non da vicino. Coglione”

Non reagivo. Anzi, mi veniva solo da ridere.

“Perché scappare?

“Mi sono scocciata di una vita senza brio. Vedere tutti i giorni gente girare il mondo e restare ferma a sorridergli e fargli i biglietti per partire… dicono che gli aeroporti siano essi stessi dei luoghi fantastici, ma … non per me. Non sono andata via dall’Italia per questo. Basta”

“E ti sembra il modo giusto? Correre dalla propria postazione come una esaltata?”

“Esaurita” sorrise “un po’ di brio.” disse prolungando quel sorriso in un’apertura ad una confidenza.

Facemmo amicizia. Una connessione nata per un bel fondoschiena e per una geolocalizzazione fatta non da un gps ma da due storie di vissuti diversi.

“Hai proprio la faccia dello stronzo”

Una guardia fece per mandarci via.

Apposto. Potevamo tornare alle nostre vite.

“Non partire – mi disse – conosco la tua storia. Dalle tue “storie””

“Dannato social. Vuoi che rimanga qui o vuoi partire con me?

“Abbiamo rischiato la galera per niente.  Smettila con sti capricci e offrimi un caffè. Devo ricordarti i cuori messi sotto le mie foto in costume?”

“Ma come ti chiami?”

“Su Instagram o nella vita?

Lei fu licenziata. Sofia si chiamava. Per qualche motivo non le stavo simpatico a chilometri di distanza, ma da vicino avevamo condiviso più di quanto avevo condiviso con chi conoscevo da vicino. La galera. Certo in un aeroporto, ma faceva il suo effetto. La portai a letto stanca per il placcaggio e per un lavoro non suo. Rollò una canna. Un purino d’erba. Voleva iniziare da lì il suo viaggio e facemmo l’amore, ma era come se io in quella stanza non ci fossi.

Ero solo brio.

“Come ti chiami su Insta?

“I love airport and travel”.

Allora non erano così male gli aeroporti, pensai io.

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Allora non erano così male gli aeroporti, pensai io.

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