Più si beve più si va sotto.
Ma non come credono i bevitori occasionali: si perde il senso per gradi.
Non c’è nessun metodo, a parlare è l’esperienza.
Ogni fattore influisce sulla psiche: lo stomaco vuoto, la chiacchierata col vecchietto al bar, il tipo di liquore.
Di conseguenza, il modo in cui si reagisce, è diverso in base al tutto: io ero un esperto per circostanze, o almeno credevo di esserlo diventato. Uno di quelli che “barista! Il solito!” e poi nessuno mi cagava perché cambiavo sempre bar. E poi rimane una frase da film…

Ero con quattro tizi di diverse età. Questo lo so perché erano diversi, dannatamente diversi in tutto e se la barba bianca di Jackie, un ragazzo inglese, era bianca dall’inizio della serata, vuol dire che avevo trovato il gruppo più assurdo di tutta Londra.

Avevo conosciuto questo gruppo per caso, nel London Boulevard, un bar nuovo, ma che ebbe grande successo quella notte probabilmente solo grazie a noi.
Mi avevano beccato brillo a filmare il mio liquorino ripetendo le parole “no shottino, cicchettino”. Ero fuso. Per qualcuno su instagram anche simpatico.
Da quando i social hanno invaso la nostra vita abbiamo placato anche il “non ho nulla da perdere”. Ero uno che non aveva nulla da perdere, tranne quella pseudo dignità del mondo social.
Almeno lì fingevo di essere un viaggiatore, che tradotto in termini moderni significava “essere qualcuno”.

Vennero tutti verso di me e io l’unica cosa che compresi fu “Another Shot-tino!”, con quell’accento fastidioso che per fortuna non aveva grossomodo Berenice. Chissà che pensava. Ora.
Capii, quella sera, che in Inghilterra dovevano limitarsi alla birra, i super alcolici per loro erano roba assurda, nessun cazzo di drink fatto come si deve. E allora, convinto di questa assurdità frutto della mia mentalità tutta italiana, mi misi a insegnare l’alcol a un gruppo di pazzi. Divertente. Ma la realtà era che volevo evitare una improbabile rissa: Inghilterra – Italia sarebbe finita con il facile punteggio di 4-1.

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“Più si beve più si va sotto.”

“Cicchetto of Absinth!” gridavo dopo mezzo’ora di improbabili lezioni di drink. E sorridevo come se avessi davanti la nonna con la torta al cioccolato.
“Cicchetto of Disaronno!” e l’alcol divenne il mio linguaggio universale, come il calcio, ma più facile ancora. E ricordavo cose come la mia prima volta in bici, con le ginocchia sbucciate e mi chiedevo tra quelle risate “perché ora?”
“20 esimo cicchetto siiiiiii!” e cantavo Felicità di Albano, con gli inglesi che seguivano un karaoke fasullo trovato su Youtube.
“Chiamatelo pure Shottino ma che cazzo me ne fotteeeee!”  è la penultima frase che ricordo per davvero. Se sei convinto di essere sulle nuvole, ma i tuoi piedi sono diventati delle zavorre, delle ancore, che non ti permettono di camminare, se non di dire “raga se piscio è Tamigi!”, beh… quello è il momento in cui sono cazzi amari.

Come nel buon Trainspotting, facevamo chiasso e il mio bicchiere, lo lanciai mentre cadevo su quelle parole.
Mi ritrovai giù.
Partì una rissa.
Jackie doveva essere assolutamente più giovane per come incassava, questo me lo ricordo.
Caddi sotto un pugno quando pensavo di poter girare in sala illeso. Mi alzai solo a fine rissa, presi la bottiglia e caddi di nuovo.

Il verdetto era coma etilico.

E non avevo neanche dove dormire.
Chiamare Berenice era uno sbaglio.
Uno sbaglio che non feci io, ma quei simpatici inglesi.

In un ospedale di Londra mi accorsi che un padre di famiglia, Christian, suo figlio Alan, con ottimi voti a scuola, Jackie, un ragazzo rimasto solo dopo essere stato lasciato come me, e Freddy, il nonno del gruppo, erano la famiglia più bella del mondo. Da raccontare come ciò che non potevi mai aspettarti prima. Da raccontare perché erano anche la famiglia di Berenice.
Vallo a spiegare di doverti salvare, a chi hai chiesto di dimenticare. Vallo a spiegare anche alla sua famiglia poi. Una buona famiglia di giorno, degli Hooligans del Tottenham di sera.

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“Vallo a spiegare di doverti salvare, a chi hai chiesto di dimenticare.”

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