Andrés Iniesta.

Monumentale. Non esiste altra parola per descrivere il suo ruolo in campo. Uno dei tre moschettieri del Barcellona imbattibile: Xavi, Iniesta e Messi. Uno di quelli che in mezzo al campo dipingeva come Pablo Picasso: geometrie e traiettorie impensabili. Iniesta non lascia, bensì punta ai campionati asiatici, sfruttando quelli che sono i meccanismi dello showbiz, che nutre gli appassionati del calcio di un latte fetido, putrido, disgustoso, per chi conosce gli ideali dello sport. Ma che fai? Tu non li prenderesti i milionazzi di imprenditori asiatici? Aspetteresti di ricevere i contributi statali per la pensione?

Non credo li abbia versati Andrés.

Seduto in mezzo al campo. Tristezza infinita per chi pensa alla crudeltà del non poterlo più vedere un giocatore così. Palla al piede, l’arte della retorica lo incorona poeta del pallone, lui che ha reso la Roja la squadra più forte del mondo in quel teatro sudafricano che sono stati i mondiali del 2010. Teatro sì, perché mentre la Roja esultava, gente senza casa e senza il pane rimaneva denutrita fuori, cacciata dalle città.

Allora immagino, viaggio con la mente, come lo spagnolo magico, lui seduto al centro del Camp Nou, io seduto sul mio letto improvvisato, nel soggiorno, per problemi con la mia stanza da letto. Molti penseranno sia andata meglio a lui, ma non mi lamento. Nello sport, nella vita, cercare di definire il mejor, è chiacchiera da bar per chi ha bisogno di idoli forti che sopperiscano alla loro mancanza di autostima e personalità.

Come i famosi tributi ai grandi giocatori sportivi, a volte eccessivi, fuori luogo, si vedano i calciatori, i tennisti, i cestisti, e così via, stanchi della fama, di fare autografi, perché la loro vita deve essere rispettata, ma il portafoglio nutrito. È questo che conta. Vincere è l’unica cosa che conta, lo dicono e lo pensano in molti in Italia e non solo.

Io per una notte mi sento Andrés. Lui con il rammarico di non potersi più commuovere da giocatore con la maglia blaugrana, io triste per come vanno le cose, per come i media abbiano invaso quel gioco che giustamente molte donne (come mia madre) definiscono lapidariamente: “ma sono solo 22 uomini che corrono dietro a un pallone!”. Santa bellezza quella delle donne. La sanno più lunga di me, dei miei amici, dei vostri amici e di tutti gli uomini che conoscete. Più di quelli che esclamano “lo vedi che non è solo un gioco?”.

È solo un gioco ragazzi. È quello che ha compreso Iniesta in mezzo a quel campo, pronto a prendere il suo aereo prima per i mondiali e poi per l’Asia.

È solo un gioco. È il collettivo che ci gira intorno che ne ha fatto una ragione di vita, perché incapace di godersi la bellezza del non prevalere su nessuno ad ogni costo, per scegliere la maglia, quando poi maglia non lo è più.

Inizio a pensare che non lo siano mai state semplici maglie.

È più giusto chiamarle divise, come quelle dei militari impegnati in guerra.

Guerra e calcio. Due modi simili di far girare i soldi.

Ma alla fine è solo il pensiero di uno incapace di elogiare e basta il più grande centrocampista degli ultimi anni.

Seduto su un letto improvvisato. Con quanto appena scritto. E nient’altro oltre alla doppia tristezza di vedere uno sport in fin di vita e un giocatore lasciare il calcio giocato (quello europeo).

(fonte foto: Il Post)

Barcelona v Real Sociedad - La Liga

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