Zecca di stato. Rapina. Una voce sensuale che racconta.
Sono gli elementi principali della prima puntata de “La Casa di Carta”.
Attenzione: da qui in avanti ci saranno spoiler un po’ di qua e un po’ di là. Quindi se non l’avete vista o perlomeno non tutta fermatevi, prendete un bel respiro e buttate giù le due stagioni (divisione fatta da Netflix, in Spagna uscì come una stagione sola) prima di poter andare avanti.
La serie ideata dallo Steven Knight (per capirci l’autore di Peaky Blinders e format come Chi Vuol Essere Milionario?) spagnolo, Alex Pina, autore di programmi come Caiga quien caiga e Los Serrano, da noi diventati rispettivamente Le IeneI Cesaroni, approdata su Netflix è diventata un successo.
Eppure presenta dei buchi. Innamoramenti improvvisi, il rischio di far fallire il piano della rapina continuamente, un racconto finito troppo velocemente, per non parlare di Oslo, uno dei rapinatori ucciso, che respira platealmente in una scena in cui è disteso.
Di errori come questi ce ne sono e qualche cultore del cinema potrebbe anche criticare più di una scelta registica. Ma il successo è strepitoso. Se ne parla ovunque. Un prodotto di punta al momento per Netflix, che ha acquistato la serie dalla casa di produzione di Pina, la Vancouver Media.
La serie è piaciuta tanto anche a me. I motivi sono molteplici.

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Pronti a indossare “Dalì”?

I motivi per cui ho adorato La Casa di Carta.

  1. L’odio per l’istituzione. L’ideatore della rapina è Sergio Marchina, per tutti “Il Professore.” Praticamente ha previsto tutto. Nei minimi particolari sa cosa farà la polizia, finché non si innamora dell’Ispettrice Murillo e da lì è un casino. Il Professore più che desiderare i 2400 milioni di euro che la sua squadra di rapinatori vuole stampare nella zecca di Stato, desidera vendicare in primis la morte del padre, rapinatore di banche che gli raccontava i suoi colpi come nelle favole. Come dare torto al prof? Chi non ha desiderato per una volta di fare il Robin Hood? Il mondo gira a favore di banche e grandi colossi, e La Casa di Carta ci porta per una volta dalla parte dei più deboli: dei rapinatori che mettono in ginocchio l’istituzione Spagnola.
  2. Tokyo. La voce di Tokyo è suadente, avvolgente, elegante. Ursula Corbero interpreta un personaggio incasinato, forse quello che commette più errori per come viene presentata dal professore. Eppure il suo racconto rende, anche se interrotto improvvisamente sul finale. La scelta di Tokyo è la scelta Hitchcockiana di puntare sulla suspense. In ogni puntata la voce di Tokyo ti getta dalle Stelle alle Stalle, anche quando tutto sembra filare liscio.
  3. Il sottile filo che lega bene e male. L’ispettrice Murillo è un personaggio emblematico. Una donna divorziata, picchiata dall’ex-marito, adolescenziale in amore, ma ultracoscienziosa nel suo lavoro. Un segugio dal cuore debole. Quando si innamora del professore e scopre la sua vera identità è una donna persa. Persa tra il sesso che ora è “fare l’amore” e un lavoro che ha perso di senso.
  4. O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao. L’urlo partigiano. Un canto per la resistenza. Quando il professore e Berlino si danno la mano iniziando a cantare questa canzone, la scena trasmette i brividi. È il motivo nascosto dentro di noi, a superare i limiti strutturali del cinema e della tv. L’immaginazione che completa il quadro. Il modo per sentirsi parte integrante della lotta al potere.

La Casa di Carta ambisce a diventare il simbolo di una rivoluzione. Nei metro, pullman e luoghi pubblici, alcuni intonano il coro partigiano della resistenza alla guerra. Un grido contro il filone fascista e nazista che torna ad impazzare per il mondo. La Casa di Carta si è trasformato in un fenomeno spontaneo che neanche Alex Pina poteva immaginare. Un prodotto immaginifico attraverso uno dei più grandi portali commerciali degli ultimi tempi.
O bella ciao allo stile e alle trame, un bentornato a questo canto dalle tute rosse.

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“La Casa di Carta ambisce a diventare il simbolo di una rivoluzione.”

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