Se Berenice in costume era carina, a vederla durante la vita di tutti i giorni era da sposare.
Cambiava le lenzuola tutti i giorni, puliva casa, andava a lavoro in bici, portava la cena ogni volta e quando poteva la cucinava.
E poi aveva questa dote di sorprenderti, come solo le persone pure di cuore hanno.
Ci trovava gioia nel farti sorridere, era la sua delicatezza.
In aereo scoprì che il volo mi disturbava, e si inventò un Origami con il biglietto aereo per farmi sorridere.
Era incredibile. Un semplice origami, sì. Ma quanta passione e delicatezza ci mise.

Non parlavamo molto e non ci eravamo messi insieme. Avevamo soltanto questo modo di dormire insieme che creava intimità.
A volte mi ritrovavo addosso a lei, altre volte volte la trovavo che mi guardava, immobile come la sera prima.
C’era attrazione, ma non andavamo oltre.

Avevamo paura di consumare in tutti i sensi. Niente più di un bacio, l’effrazione al nostro sentimento, che forse non era amore, amicizia, ma era qualcosa di nostro. Solo nostro. Un silenzio. Una musica al piano dentro alle nostre anime. L’unione scherzosa dei lacci di due scarpe per farti cadere. Il bacio rubato su una panchina della Liverpool Street Station di Londra. Indimenticabile sorpresa.
Era dannatamente buffa come situazione. Non lo rifacemmo. Per l’unicità di quel gesto.
Una donna che ti lascia vivere con lei a Londra per il semplice gusto della tua presenza.
Roba che i poeti d’amore rabbrividirebbero.

Una sera le spiegai che la Sambuca era il mio liquore preferito.
Si presentò con del Rum e una caramella.
Voleva anche essere simpatica, faceva il possibile.
Il possibile per far sì che l’amore esistesse davvero. Puro. Senza contatti eccessivi.
Ma io nell’amore non ci credevo, non ci credevo più. Ero convinto di non averci mai creduto. È che quando sei solo per tanto trovi il modo di trasformare quel “solo” in “felice e forte”. Per me adesso doveva essere così. Sarà che crebbi con altri ideali, o con la convinzione che la gioia è nascosta nelle cose semplici e l’amore era dannatamente difficile.
Avevo amato Penelope, ne ero sicuro, a modo mio avevo provato quella.. cosa.

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In cucina. Guardai Berenice. Bianca come il latte. La baciai di getto. Ancora.

Quando Penelope andò via, mi disse che non avevo conosciuto altro che lei, che il mio era un capriccio e addirittura un’ossessione. Era fine Autunno. O Estate, non lo ricordo più. Pensavo scherzasse chi resetta il dolore, invece può succedere di dimenticare. Dimenticare per poter vivere.
Fu uno dei pochi giorni che la neve sembrava cadere a Napoli.
Io la aspettavo come tutte le mattine a fare colazione al nostro bar. Avevo trovato il mio piccolo impegno come riparatore di elettrodomestici, lei andava ancora a scuola.
Tardava. Nemmeno pensavo venisse più.
Quando arrivò, la medicatura che aveva appariva grande quanto un melone nella mia immaginazione. Mi sentivo colpevole, nello scherzare era scivolata giù dal letto.
Mi guardò, mi sorrise, mi baciò apaticamente sulla guancia. Rimase in piedi.

“Siediti” le dissi.
Non mi guardava. Ma sorrideva. Pensavo volesse farmi una sorpresa.

“Senti è finita.”

Il cielo sembrò far incursione nel bar solo per poter mostrare lo sqarcio del tuono che nasceva da quel fulmine a ciel sereno che le uscì da bocca.

“Ma che stai dicendo? Che è finita? Dai sie—“.
Mi si strozzò in gola l’ultimo morso di cornetto al pistacchio, preso perché convinto non venisse più.

“Non ti amo più”. E andò via.
Non ti amo più e andare via.
Non amare e lasciarti lì, come un fesso.
Con della sfoglia rimasta tra le mani, di un cornetto, che ti piaceva perché piaceva a lei.
Sentirsi stupido.
Non connettere i pensieri.
Avere dei buchi neri nella testa.
Dimenticare.
Ricordare tutto.
Il bene.
Il male.
Risvegliarsi con un tatuaggio perché convinto di poter cambiare così la propria vita.
Beccarsi le ramanzine di tutti.
Subire l’inferiorità trasformata in superiorità di chi ti dice che ci è passato o ti ha invidiato.
“Non era poi così bella, eri più bello tu”.
Finire con libri d’amore tra le mani per capirci qualcosa.
O finire con le mani tra le gambe di una ragazza che non vedevi da una vita in un locale che mai avresti frequentato.
Capire la droga e chi ci passa.
Non poter definire più la tua personalità.
Ritrovarsi a mescolare lacrime al mare.
Rirrovarsi a mescolare lacrime a vodka.
Giordano mi aveva visto soffrire.
Chi mi era stato vicino mi aveva visto soffrire.
A volte io avevo l’impressione di vedermi.
Proprio quando non ci vedevo più.
Quando sentivo sparire ogni parte di me, ogni convinzione di me.

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“Non ti amo più”. E andò via.
Non ti amo più e andare via.
Non amare e lasciarti lì, come un fesso.
Con della sfoglia rimasta tra le mani, di un cornetto, che ti piaceva perché piaceva a lei.
Sentirsi stupido.
Non connettere i pensieri.
Avere dei buchi neri nella testa.
Dimenticare.
Ricordare tutto.
Il bene.
Il male.
Risvegliarsi con un tatuaggio perché convinto di poter cambiare così la propria vita.
Beccarsi le ramanzine di tutti.
Subire l’inferiorità trasformata in superiorità di chi ti dice che ci è passato o ti ha invidiato.
“Non era poi così bella, eri più bello tu”.
Finire con libri d’amore tra le mani per capirci qualcosa.
O finire con le mani tra le gambe di una ragazza che non vedevi da una vita in un locale che mai avresti frequentato.
Capire la droga e chi ci passa.
Non poter definire più la tua personalità.
Ritrovarsi a mescolare lacrime al mare.
Rirrovarsi a mescolare lacrime a vodka.
Giordano mi aveva visto soffrire.
Chi mi era stato vicino mi aveva visto soffrire.
A volte io avevo l’impressione di vedermi.
Proprio quando non ci vedevo più.
Quando sentivo sparire ogni parte di me, ogni convinzione di me.

Ero il nulla davanti ai miei occhi.

Chissà cos’ero ora davanti agli occhi di Berenice.

In cucina. Guardai Berenice. Bianca come il latte. La baciai di getto. Ancora.
Spalancò gli occhi: sorpresa. Come se non volesse farlo, come se non volesse altro. Poi mi prese il viso tra le mani. La padella friggeva. Chissà cosa. Dopo 4 giorni diventammo una cosa sola in quella stanza. Un bacio alla volta. La paura di consumarsi troppo. Tolse la padella piena di fries ridendo, abbracciata con me che cercavo le sue labbra e il suo sorriso. Prese quelle più fredde e me le mise in faccia, manco in bocca. Sale, patatine e le sue labbra.
Fu quello che mi piace definire “amore senza volgarità” un po’ per usare quella parola, un po’ perché era vero. L’unica cosa che guardammo di noi, dei nostri corpi nudi, furono gli occhi una volta arrivati sul divano. Era un’altra cosa il divano rispetto al letto, troppo distante per due che come noi erano cosparsi di sale. Ci stringemmo, petto a petto, con le sue mani sulla mia schiena, in una cosa sola. Non ci fu altro quella notte. Ci addormentammo attaccati, in un’imbarazzante e meraviglioso connubio.

Una persona mi aveva insegnato che amare significa anche non poter restare e chissà se era vero.

Il mattino dopo, una bottiglia di Sambuca era al mio posto sul divano.

Immagino sotto le sue mani che dalla mia schiena e erano passate al freddo vetro.

“Non so cosa sia l’amore e non voglio che tu non lo scopra mai per colpa mia.
Non è autostima, ma consapevolezza di non poter essere padrone di nessun cuore.
Spero che tu possa provarlo e magari raccontarmelo.
Grazie Berenice”

Chissà se pianse, chissà se lo tradusse.
So solo che l’amore era sicuramente una gran fregatura e le strade di Londra davanti a me, non erano che palco di una bottiglia, un meraviglioso parco e un’incapacità di tornare a ciò che nella vita mi aveva fatto più male.

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So solo che l’amore era sicuramente una gran fregatura e le strade di Londra davanti a me, non erano che palco di una bottiglia, un meraviglioso parco e un’incapacità di tornare a ciò che nella vita mi aveva fatto più male.

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