Perché questo è un Comandante, non un semplice allenatore di calcio. E il calcio ha smesso di essere un gioco da un bel po’.
Ci sono altri problemi nella nostra società, è vero, ma questo è dei più piccoli e dalla base bisogna partire per mostrare la forza del cambiamento.
Ci irritiamo per un gioco perché è ciò che ci è rimasto.
I giocatori di squadre di testa guadagnano più di quanto gli è dovuto (ma tante volte), ma perché? Perché per un gioco vedo girare tanti soldi quanti ne girano in parlamento?
Il calcio non è più un gioco, ma un linguaggio, che parte dalle squadrette di periferia sino ad arrivare negli schermi delle nostre case, di appassionati e non. Ne parlano nei telegiornali, spesso anche a discapito di notizie importanti. Se parli di calcio con un ragazzo in spiaggia che viene dall’Africa, troverai punti in comune su quello che è un linguaggio universale e non più un semplice gioco.
Ora, quanto successo in questo weekend, mi porta ad un ragionamento, per me una settimana fa a Capodichino, assurdo: io spero che la Juventus F.C. vinca lo scudetto (cosa peraltro probabile al 99,9%).
Me lo auguro perché una squadra quotata in borsa, di proprietà di una delle più potenti (se non la più potente) famiglie italiane, che “disegna” con operazioni di marketing i propri supporters, deve vincere la battaglia per perdere la guerra.
E saranno molte le mosse di questa società vincente per proteggersi: una su tutte il sacrificio della vittima sacrificale, il coach Massimiliano Allegri. Parole sue: parlare troppo di schemi è il male del calcio italiano. Uno così, saccente e incapace di gestire la sua superbia, fino a permettersi di parlare con gli arbitri dopo una partita calda, può rimanere la punta di una iceberg di una società che fa dello sport meramente un’immagine?

Bidoni dell’immondizia al posto del cuore

Nel campionato della paura è uscita fuori tutta la mentalità “vincente” della Juventus F.C..
Prima di affidarmi a moviole e giudizi di parte, mi affido al buon senso, all’istinto e all’intuito e quindi, di conseguenza, alla deduzione.
L’atteggiamento di Buffon in Champions è figlio del suo essere costantemente un vincitore, che, trovatosi dinanzi al potere europeo del buon Perez, impazzisce e richiama l’arbitro all’attenzione europea per la sua mancanza di sensibilità. Se la partita di sabato sera fosse stata non Inter-Juve, ma la ormai famosa Real-Juve, dove la Juve avrebbe ricoperto il ruolo dell’Inter, avremmo parlato di bidoni dell’immondizia al posto del cuore di Orsato?
Allegri. La sua infinita saccenza. La discussione con Adani è la fine del calcio Italiano. I giornalisti che parlano di schemi sono la rovina del calcio italiano secondo il buon Max. Ma come si fa? Come si fa a sentire il tecnico vincitore degli ultimi 3 campionati sostenere una tale logica (paragonandola col basket, in un paragone che il buon Adani distrugge in pochissimo tempo)?

Sarri è un comandante. Uno che di questa vita calcistica, dopo i mozziconi sprecati su schemi e campi di calcio, ha deciso di entrarci in questo sistema. “Me lo merito” avrà pensato quando arrivato al Napoli, e figlio di anni di gavetta si è goduto un mondo d’affetto e maggiore fortuna economica per lui straordinario. L’apice.
Eppure ha dovuto fermarsi. Un po’ perché in questo campionato gli schemi sono “la rovina del calcio italiano”, un po’ perché vincono i più forti sul campo, ovvero quelli che giocano in 14 piuttosto che in 11. Giusto Max?
Ho criticato, come un ragazzo da bar, alcune scelte del Comandante. Si sa, in Italia e soprattutto nella realtà che conosco meglio, ovvero Napoli, ci improvvisiamo tutti allenatori e direttori sportivi. Ma me ne pento. Me ne pento perché provavo a parlare di sport quando di sport non si parlava più.
Si parlava di guerra dei colletti bianchi, e il nostro Comandante, così come ADL definito pappone dai muri di mezza città, il colletto ce l’hanno azzurro.
Uno fa cinema e imprenditoria e sa che gli investimenti vanno fatti quando c’è ipotesi di guadagno (voi lo comprereste un top player in un campionato già deciso a tavolino?); l’altro, fa della sua voce e della sua bravura, la rotta di una città tutta che si mobilita solo quando può divertirsi (abbiamo altri modi di mobilitarci laddove le istituzioni non ci sosterranno mai?).

Droga e rivoluzione

Il calcio è una droga. È il nostro oppio. È per noi ciò che è la storia per la politica. Girano i miliardi ma non possiamo farne a meno. L’ho provato sulla pelle, rinunciando a vedere tante partite, ma a piangere sul gol di Koulibaly così come su quello di Icardi sabato. Anche per il tossico qualcosa ha importanza in un mondo fatto di siringhe sporche di AIDS, scrivo, provando a fare l’Irvine Welsh italiano, che al posto degli aghi mette i palloni.

In famiglia abbiamo tre Fiat. Ci pensiamo da un po’, vorremmo venderle. Magari rottamarle direttamente. O incendiarle come in un gran gangster movie che si rispetti.
E tutto perché il calcio non è una cosa seria, ma non è nemmeno un gioco.

Ed ecco che la rivolta, l’unica per noi possibile senza che si affoghi nel sangue, deve partire dalle parole di chi magari a casa ci torna col portafoglio un po’ più pieno, ma con il cuore vuoto per non aver saputo omaggiare i suoi sostenitori.
Perché Napoli oggi è di un Fiorentino. Uno nato a Napoli ma cresciuto a Firenze. Dove è finito tutto. Dove anche vecchi avamposti della resistenza si sono trasformati in avvoltoi per divorare le carcasse dei nostri.
Le sue parole echeggiano nell’aria.
“Prima o poi tutto finisce”.
E come è crollato il nostro sorriso domenicale, crollerà anche il potere dei colletti bianchi.
Anzi, bianco-neri.

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