Quando gli dissi del Soukra, Giordano e Linda si autoinvitarono subito.
Non era per le giostrine, anzi.
Giordano si era stancato di girare a vuoto, Linda non sopportava l’idea di non avere potere su di me: era passata dall’essersi scopata il ragazzo che la rifiutò a scuola, al volerlo plasmare in qualche modo, per il semplice gusto di farlo.
Il Soukra era un parco per bambini, ma io ero felice di sentire quel posto mio.
“Ma qua ci vengono i bambini” osservó a denti stretti Linda.
“Ne vendono dell’alcol?” disse Giordano.
“Guardare questi bambini è rilassante. Non è male. Lo siete stati anche voi… e poi le giostre mi piacevano. Anzi, vado proprio a provare quella lì.” Come un bambino, trascinai Berenice sulla giostra lasciando quei due al posto loro, una Berenice disciolta nelle emozioni dei suoi stessi occhi. Una bambina, col casco rosa, senza lingua se non per lo zucchero filato.
“Questo è stupido. Dopo ieri sera se ne va con quella”.
“È carina” fece Giordano “non credi?”
“Ma tu credi che mi importi? L’hai portato qui per me, no? Ci siamo messi d’accordo Giordà!”
“Linda cara…l’ho portato qui perché voleva andarsene in Perù e non avevo intenzione di viaggiare tutto il globo per degli impulsi. Vedendo te, speravo desse un calcio al passato. Non posso obbligarlo se non ti vuole… guardalo: sembra finalmente libero.”
“Dovrebbe esserlo con me”
“…e non sarebbe più libero Linda. C’ha una gabbia in testa che si apre e si chiude quando vuole. Ma la sua volontà è una chiave che perde spesso ultimamente. Sei mai stata lasciata?”
“Io non sono stata lasciata mai. Io lascio e basta”.
“Che donna” uscì ironico dalla bocca di Giordano, che quasi si pentiva della scelta di Tunisi. Eravamo lì con le sue finanze, che tralaltro, sembravano non gioire più della sua fama da modello. E delle sue spese.

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Ne ero convinto sempre di più. Avevo parlato tanto nella mia vita, ma ogni discussione sembrava legarmi da qualche parte. Volevo dormire con lei quella notte. Ma dormire e basta. Guardarla mentre chiudeva gli occhi per poi analizzare il suono del suo respiro.

Berenice forse ne doveva sapere qualcosa, mentre i suoi occhi poggiavano sui miei. Su una tazzina di caffè che gira in tondo, prese il suo telefonino e iniziò a tradurre qualcosa.
‘Le parole servono a poco’ usci sullo schermo.
Ne ero convinto sempre di più. Avevo parlato tanto nella mia vita, ma ogni discussione sembrava legarmi da qualche parte. Volevo dormire con lei quella notte. Ma dormire e basta. Guardarla mentre chiudeva gli occhi per poi analizzare il suono del suo respiro. Lo facevo spesso con Penelope che chissà dov’era. A volte ci pensavo. Pensavo a quanto fosse lontana dai battiti del mio cuore, che una volta diceva, battevano all’unisono.
“Quando siamo insieme, lo sento. Non sono pazza, metti la mano qui stupido!”
Quando cresci perdi l’idea romantica dei bei momenti. Smetti di cercare la luna, perché ti sembra già vista. Eppure i lupi ululano solo alla vista della luna, e non alla vista delle stelle, che brillano forte ma non sono così belle da vedere come la Luna. A volte rossa, a volte piena, a volte bionda.
Berenice non sapeva nulla di me. Assolutamente. La accompagnai presto.
“Andiamocene wagliu. Torniamo in Italia. Mi so rotto il cazzo della Tunisia, del mondo. Voglio casa mia.”
“France, ma tutto a posto?”
Giordano era il re delle domande inutili. Come quella volta che chiese al suo amico piromane delle elementari, se il fuoco sotto il culo della maestra gli avesse mai ustionato le mani. Un Marzullo.
Questa era l’ennesima. Ma il suo viso diceva altro. Ero felice quella sera. Perché dovevo andar via?
Linda voleva un altro po’ di tempo con me lontano dal paese.
Berenice, beh… chissà che pensava. La conoscevo appena e poi pensava inglese, chissà se avremmo potuto capisci, figuriamoci capire che pensava.
Era bellissima. Una di quelle che piacciono solo a te, e che gli amici dicono solo che non è brutta.
Era magra, ma aveva dei fianchi leggermente pronunciati. A malapena. Non ispirava sesso, ma profumo d’estate e spensieratezza, quella voglia irrefrenabile di sorridere al mare.
“Ti accompagno io in Italia! Ora non ci pensare…” tuonò la bionda amica, “ma adesso andiamo a bere. Vi porto io.”
Giordano non parlava più. Era uno spirito libero, ma non quella notte.
Fu tutto un po’ fiasco quella sera. Bevemmo in un bar vicino all’albergo, vista mare. C’era musica, gente. Ma tutto era apatia. Era dannatamente triste. Io continuai sulla strada della Sambuca. Avevo voglia di bere, ma non riuscivo quella sera.
Andai in bagno. Una tipa col vestito blu e il doppio lato A e B troppo pronunciato, sfidava le moderne pratiche femministe tra volgarità e sensualità.
La presi, e la baciai: una donna brilla che nonostante l’occhiolino mi diede uno schiaffo. Era fusa, non la ricordo nemmeno più. Semplice provocatrice lei, troppo italiano io. Tornai al bar. Era tutto così vuoto nonostante musica e persone.
Vidi che il barman era distratto da una conversazione con una bella ragazza ispanica. Doveva esserlo. Sembrava spagnolo quel suo flusso di parole.
Presi la bottiglia da dietro al bancone senza che sentisse nulla. Fuggii al tavolo.
“Ragazzi dobbiamo andare via, veloci” dissi “ho rubato una bottiglia” e la cacciai come fossi Nembo Kid.
“Embé” fece Linda con un fare che portava dall’infanzia.
“Tu sei pazzo” suggerì la risata di Giordano che come me, si sorprendeva delle piccole cose.
Sgusciammo fuori quando uno dello staff stava rientrando.
Ci vide.
“Correte wagliù!”
Quell’uomo probabilmente ci ha ignorato. Ma io me lo ricordo con la faccia di uno che sta per pestarti e… va bene così:

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…una bella storia è bella quando sembra vera.

Ci riunimmo in piazzetta giù da Linda.
“Alla salute ragazzi” disse il capitan Francesco, che ero io, ormai brillo.
“Ai fratelli” disse Linda.
“Ci sto. Va bene Giordà?”
Giordano era triste. Aveva il viso di chi non riesce a trovare la via per la tranquillità. Me ne accorsi.
“Cosa ti manca Giordà?”
“E a te? A te manca quello che io non ho mai avuto. A me manca il poter sapere cosa si prova”
Giordano non aveva mai amato. Aveva fatto regali, frequentato donne, avuto relazioni, ma diceva di non aver mai amato. Anche da piccolo cambiava giocattoli di continuo, non era legato a loro come gli altri bambini. Ed era così con le donne. Aveva un problema a legarsi, diceva che non ci credeva. Ed era uno che si curava spesso, fanatico lo sfottevo.
“Sono il simbolo del consumismo e del maschilismo!” fece per rompere quel sorriso mancato, “dammi un altro bicchiere fratello!”
Lo affogò quel mezzo sorriso.
Il telefono mi vibrò in tasca. C’era un messaggio da un numero che non conoscevo.
“Ti va? Almeno un’ultima volta. Stronzo.”
Capii che era lei.
Capii che era lei che aveva capito per un attimo cosa aveva perso. Chi aveva perso. Capii che non ero quel male che si diceva. Capii che per un attimo i nostri cuori dovevano aver battuto all’unisono e lei aveva notato questa casualità. Voleva sapere se era una casualità o meno. Solo questo riuscì a pensare. Linda e Giordano se ne accorsero.
Eravamo seduti a terra. Giordano si accese una sigaretta e appena Linda mi domandò “vuoi ancora tornare in Italia?”, si alzò fingendo di non ascoltare, con quel modus operandi da superiore che hanno i fratelli maggiori.
“No. Non ne ho voglia Linda. A te va di venire su?”
Linda gradì quella risposta. Era la sua vittoria su un amore che il mondo intero credeva invincibile. Era finalmente Linda, la Linda donna che tanto desiderava avermi e che nascondeva sotto quell’aggressivo sorriso, i nei “finte lentiggini” e un fare bastardo, una smaniato desiderio di amare. E amare non è amore, è un’altra cosa, ha un’altra lettera nel mezzo.

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Linda gradì quella risposta. Era la sua vittoria su un amore che il mondo intero credeva invincibile. Era finalmente Linda, la Linda donna che tanto desiderava avermi e che nascondeva sotto quell’aggressivo sorriso, i nei “finte lentiggini” e un fare bastardo, una smaniato desiderio di amare. E amare non è amore, è un’altra cosa, ha un’altra lettera nel mezzo.

Mi affacciai al balcone. Trovai ancora Giordano lì. Affacciato. Sembrava scrutasse tutta Tunisi. Aveva bisogno forse, più lui di me, di qualcosa. Mi promisi che l’avrei fatto, che l’avrei aiutato a trovare quello che non aveva mai avuto.
Tornai a letto. Guardai Linda negli occhi che ormai si chiudevano. Ci vidi qualcosa. Ci vidi Tamara, Yvonne, Berenice e… Penelope.
Neanche la Tunisia era posto per me.
Berenice sarebbe tornata a Londra tra un paio di giorni.
Mi dissi meglio Londra che l’Italia.
Ormai avevo la mia storia.
La corrente mi portava a largo, e chissà dove mi avrebbe portato ancora.


Prossimo capitolo Sambuca – 16 – (Prossimamente)


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