Una volta ho fatto un sogno molto realistico e insieme a me, in una stanza col mare sotto i piedi, avevo due doppiatori. Non ne distinguevo i corpi, ma ne sentivo le voci.

“E fu così attento da non cadere”

disse il primo di me, mentre il pavimento trasparente sotto di noi spariva, in un misto tra caduta libera e un acquapark.

“Splaaaash”

fece subito il secondo. Era lui, il rumore del mare sotto di me, ora sopra di me. Io rimbalzavo senza un criterio tra voci e liquidi.

Chissà se ero cosciente in quel mare che illuminato da una luce sul fondo, lasciava ora spazio a un forte Sole. Mi ritrovai su un’isola, e su quest’isola c’erano molti ostacoli. Alcuni di questi erano rappresentati da animali selvaggi, che docili si limitavano a far grattare un “grrr” del doppiatore delle onomatopee. Tutto così assurdo, alla Black Mirror, con me che cercavo un senso al tutto.

Quando rinunciai al senso mi resi conto di essere in vantaggio sul percorso. Ora superavo una volpe, ora un coccodrillo, ora chissà cosa. Tutto così lucido, ma con dei buchi. Dovetti cadere in uno di questi quando mi trovai a sentire la mia nuova voce urlare “non riesco a comandar nulla! Non riesco a vivere!”. Un urlo strano ma che mi fece pensare. Poi un vuoto. Gli animali erano gli amici, che selvaggi restano docili finché non diventi appetibile o minaccioso. Il doppiatore era la mia incapacità di dar voce a me stesso e le onomatopee erano dovute alla mia interpretazione della realtà. Consapevolezza. La consapevolezza era ora parte del mio io finito in un viaggio meta-cinematografico. Un occhio iniziava a voler cercare la luce, ma c’era ancora tempo per una visione: un sorriso che intravedevo sotto il mio naso, affacciato su delle mani che racchiudevano una penna e un cuore. Non avevo paura. Chiusi gli occhi, riaprendoli nel reale con grande equilibrio, senza balzi. Avevo scorto da qualche parte l’aiuto strampalato di un luogo dimenticato ma che ospita ancora magie.

I sogni si portarono all’incontro con la realtà, e io iniziai a scrivere che la solitudine è concezione fondamentale per chi scrive con il cuore in mano. L’empatia, in fondo, ha avuto sempre per la solitudine una strana simpatia.

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