Era mattina e appena sveglio davo una pacca sulla spalla a mio fratello.

Un messaggio brillava sotto il nome di Linda Silvestri.

“Esistono tante idee per quelli come noi.
Noi che eravamo tutto l’amore del mondo che ci cercava perché non capiva come due potessero essere uno.
Sei andato via, sei stato lontano, ma il tuo cuore non era parte di te.
Era nel mio petto, a chiedere di battere al posto tuo perché in difficoltà.
L’ho fatto battere Francesco… io ti amo.

La tua Linda.”.

Quel messaggio era cambiato come una versione di latino passa da internet.
Un telefono senza fili 2.0 dove un paio di parole cambiate facevano la differenza.

Chissà se fossi salito per primo dal mare.
Chissà se avessi letto quel messaggio.
Chissà se non ne avessi fatto una morale su uno stupido codice di sblocco e avessi cancellato quella L. Perché lasciare una L dopo tanti anni? Pigrizia o altro?

L’amore surrogato prolungava una sera figlia di domande.
D’altronde Linda era questo: un surrogato di sentimenti che non trovavano equilibrio ma che continuavano a coesistere al suo cuore troppo testardo per perdere.

Una pietra sul mio passato fu messa. Ma qualcosa ancora mancava.

Giordano come me passò gran parte della giornata a letto. Eravamo tornati più piccoli quella mattina quando tornai dalla notte in spiaggia. Decidemmo di dormire per quasi mezza giornata, e al risveglio trovammo di nuovo il sorriso delle due sudamericane.

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Sesso e amore facevano ormai da montagne russe dentro di me e chissà perché cercavano di conciliarsi e separarsi con quella velocità.

Melicia gridava qualcosa tipo dormiglioni in spagnolo. Lo capii dal loro gesto, ma anche loro dovevano essersi svegliate da poco. Era un modo strambo per risolvere una situazione ambigua.

Girammo la città promettendoci di rivederci, tutto dopo che Melicia mi portò in uno spazio appartato del museo nazionale del Bardo. Tra reperti romani e resti di Cartagine, io ero lì, con una mano tra le cosce di una donna spagnola a festeggiare la globalizzazione.

Sesso e amore facevano ormai da montagne russe dentro di me e chissà perché cercavano di conciliarsi e separarsi con quella velocità.

Ricordo quel suo tatuaggio sulla gamba. Una bandiera spagnola avvolta su una donna. Lei si spogliò. Coglieva al volo le occasioni e in quel punto sapeva che saremmo rimasti soli. Poi sparita, via, per il mondo. Una pagina di un libro senza capo ne coda che prendeva il nome di “esperienza”. Ma esperienza…di cosa? A rifarlo? Al non legarsi? Oppure al non farti scappare la prossima volta una donna con la quale hai condiviso solo del sesso?

Ci salutarono in maniera focosa, quasi a voler testimoniare che il luogo comune delle sudamericane calienti fosse un dogma sicuro.

“Chissà cosa provano”, mi chiesi mentre salivano sul taxi che le avrebbe portate all’aereoporto.

Ragazze con la quale parlammo a gesti e nient’altro.

*

Camicia blu notte con dei gabbiani su a fantasia. Cambiai gusto e iniziai a vestirmi anche meglio. Dissi a Giordano che sarei stato con Linda e lui non batté ciglio. Anzi, era proprio sua la camicia. Ci dividemmo quella notte, con lui ignaro del fatto che avrei preferito stare da solo. In fondo anche lui si divertiva a fare il solitario nei viaggi.

Io mi divertivo meno, ma vivevo di notte: un lupo senza branco, ma senza il sorriso da una notte da leoni.

Senza di lui non ci avrei saputo fare, mi dissi, con la convinzione che tutte quelle donne bastavano e avanzavano per i miei viaggi. Un istinto che giustificava la mia mancanza, quasi come se improvvisamente sentissi Penelope lì, al mio fianco. Non sapevo più chi e cosa fosse per me. Ma la pensavo.

“Reggimi ancora una notte” chiesi al muro sotto il lampione incapace di sentirmi. Altro campeggio? Era un’idea. Ma sentivo un blocco dei miei movimenti, un blocco delle mie future scelte, non mi sentivo di chiamare Linda.
Io alla storia che siamo la somma delle nostre scelte non ci ho mai creduto.
Penso piuttosto, che sia un modo assurdo di responsabilizzare la responsabilità. È un paradosso, ma lo era anche la mia felicità.
Come trovarla? Dove trovarla? Non ne avevo idea.
Avrei fatto semplicemente ciò che desideravo rimanendo da solo.
Non volevo sentire più quanto ha pianto una donna per il suo uomo, né volevo essere il contrario. Non volevo più usare premesse nelle frasi per piacere agli amici di. Non volevo più essere normale perché la pazzia era fuori discussione. Volevo essere me, me stesso!, che risolveva tutti i giochi del perché, fatti col sorriso.
Mi si allagarono gli occhi quando mi riaccorsi che avanti a me avevo il mare. Lo puntavo sempre e non a caso ero diventato il signor Miramare. Un allagamento dolce, una fine tiepida per degli occhi che preferivano il sale dell’acqua di mare a tutto quel forte male. Lacrime che bagnavano chi ora sentiva fosse arrivato il momento di lasciarsi andare, come consigliò una ragazza indiana.

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Io alla storia che siamo la somma delle nostre scelte non ci ho mai creduto.
Penso piuttosto, che sia un modo assurdo di responsabilizzare la responsabilità. È un paradosso, ma lo era anche la mia felicità.
Come trovarla? Dove trovarla? Non ne avevo idea.

Tamara. Mi apparve il suo nome così, come quel mare. Sii brezza… e cose così. Me ne aveva dette molte e ora dov’era? E Penelope? Mi interessava sapere dove fossero le donne della mia vita che difficilmente avrei rivisto. Quelle che mi avevano detto “ti amo” cercando i miei occhi e che difficilmente li avrebbero riguardati così. Ora valevano quanto una ragazza salutata nel pomeriggio, alla quale non ero minimamente affezionato. Un po’ la stimavo Melicia, come quella stima che hanno i vari viaggiatori tra di loro. “Hai coraggio, giri il mondo, mi piaci” è il loro mantra.

Ma cambiai idea e decisi che quella sera qualcosa avrei fatto. Lo giurai su tutti i momenti che avevo buttato a fare domande che nessuno aveva voluto sentire. Ne avevo passate… e per chi? Non riuscivo nemmeno più a pronunciare il suo nome ad alta voce. Sembrava tutto un sogno. Non solo quel nostro stare insieme, ma la mia vita. Sembrava che io rifiutassi il mio passato, come quando lei se n’era andata e rifiutavo il futuro. All’inizio sei fermo, immobile, avvolto in vecchi abbracci, parole. Poi non fai altro che andare avanti e smetterla di guardarti indietro. Un cuore calpestato è così: all’inizio gambero, dopo leone.
Linda da qualche parte mi aspettava. Sì, anche lei adesso. Questo pensiero mi smosse: ma sinceramente, a me, cosa importava?
Si era fatta sera, mi alzai e feci quello che sapevo fare meglio su una spiaggia: camminare.

Ero convinto di aver percorso tutta la costa dell’Africa quando mi persi nella riflessione che non avevo nemmeno amici veri. Di quelli che si vedono nei grandi film. Pensavo a questo mentre camminavo. Che allegria. Oltre a Giordano, forse ne era rimasto qualcuno che non avesse il mio sangue. Pensai di chiamarlo, ma il telefono che mi rubò quel simpatico signore Indiano, non ebbi il tempo di sostituirlo. E forse era meglio così, ma adesso avevo bisogno di fare la mia telefonata.

-Excuse me,can i have … a phone, telefonata…?

Ero arrivato in un posto molto bello, forse apparteneva a qualche albergo forse no, ma c’era un gruppo di ragazzi e pensai che chiedere il telefono per sentire quella vecchia voce non era una cattiva idea. Renzo. Io, Renzo e Gianni.

Sì, c’era anche Gianni. 3 amici inseparabili che crescendo avevano abbandonato la presunzione per vivere l’umiltà. Chi più e chi meno. Pensavo a cosa ci accomunava e quasi non lo ricordavo più, mentre guardavo quei completi sconosciuti. I ragazzi mi guardarono non benissimo, poi risero di scherno, ma si limitarono a questo.
Vidi dei liquori sul loro tavolino di plastica. Non l’ideale per un falò. I ragazzi dovevano essere inglesi, o belgi dalle facce che avevano. Europei sicuramente. Facevo come i PR nei luoghi adatti per ragazzi: provavo a riconoscere le sfumature dei loro visi. Guardai poi i liquori promettendomi che li avrei assaggiati tutti entro la sera. Una promessa che feci ad un ego e un coraggio martoriati da una storia finita male.
Mi tolsi la camicia e la lasciai affianco a una di quelle sdraio dove sedeva una ragazza dai capelli mori che sembravano blu.
“Quanti problems vi fate youngs… ceh, boys… vabbé come vi chiamate vi chiamate… è stato un piacere! Breve ma intenso. – Poi chiusi le mani a pugno e prima di andar via, ubriaco senza bere, dissi –short but hard. Correct?

E me ne andai citando Dante col suo “nel mezzo del cammin di nostra vita!”, giusto per mostrare un minimo di patriottismo culturale.
Dissi quello che avevo nella mente, come i bambini quando si svegliano felici e non sanno cosa vogliono se non il tutto. Altro che petaloso, short but hard! Aveva senso?
Mi tuffai. Il mare lavava quella spazzatura emotiva che mi portavo addosso. Quello che non si ricicla. Una ragazza era alla riva. Era la morettina dalle sfumature blu. Mi dirà di chiamarsi Berenice. Di Londra. Doveva essere bella Londra. E lo era, come lei. Look originale, quanto la mia camicia. Era tornata per riportarmela fu la sua scusa, mentre la sua mano e il caso la portarono da me con una Molinari nella mano destra. Berenice era così, sapeva sempre cosa ci voleva per rendermi felice, anche prima di conoscermi.

Mollai tutto in quell’acqua, definitivamente, ogni rifiuto attaccato alla mia anima. Tutto. Ma forse buttai anche parte di me, e lei, lì, senza dire una parola, mi guardava, non sapendo, che certa spazzatura non va riciclata.

-You don’t have a phone. Really?
-Yeah… yes. But do you have a Sambuca. What else?

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Mollai tutto in quell’acqua, definitivamente, ogni rifiuto attaccato alla mia anima. Tutto. Ma forse buttai anche parte di me, e lei, lì, senza dire una parola, mi guardava, non sapendo, che certa spazzatura non va riciclata.

Prossimo capitolo Sambuca – 14 Berenice – Prossimamente


Segui il racconto sul suo profilo instagram @sambucailracconto


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