Il tintinnio dei bicchieri. I soldi che volavano senza un perché. Giordano che rideva. L’angolo delle labbra di 2 ragazze davanti a me. Parole, parole, soltanto parole.

L’inglese non era il mio forte. L’italiano nemmeno il loro. Giordano aveva conosciuto Jasmine e Melicia in un ristorante scelto su TripAdvisor, e chissà se erano incluse nella sua ricerca due ragazze dai tratti sudamericani nel bel mezzo del Nordafrica. Come le aveva conosciute? È Jordie: avrà scherzato con loro sul fatto che è nella cultura italiana chiedere a due donne di farsi pagare, mostrato i pettorali e il gioco è fatto. Un’artista.

-Ditemi? Un pettorale a testa o stasera sono salti di gioia?

Non potevano capire ciò che dicevo. Ma forse comprendevano il mio tono di voce. Avevo una faccia antipatica: la faccia  che avevo deciso di indossare quella sera nella nostra prima serata tunisina.

Eravamo arrivati da poco, ma non ci andava di restare in albergo. Per questo Giordano improvvisò quella ricerca. Provo astio per chi si rifiuta di vagare nelle località che visita.

Io non riuscivo a restare fermo, nonostante il mio cuore non fosse  lì. Cuore e sete, non sempre viaggiano a braccetto.

Un cocktail davanti a una paella mi scendeva dritto in gola mentre pensavo “ma che cazzo ci fa un Moscow Mule davanti a una Paella a Tunisi?“.
E gli occhi delle due ragazze erano quelli di due cerbiatti intimoriti che non vedono il fucile del cacciatore ma ne sentono gli spari.
Misi da parte il fucile e feci un sorriso mai fatto fino a quel momento: 176 denti non potrebbero paragonarsi alla mia non grandissima ma sorridente bocca da 32+2.
Avevo voglia. Avevo voglia di mentire, di giocare, di perdermi. Alla fin fine era questo.
Cos’è il gioco dell’attrazione se non questo? Sarebbe potuto piacere qualsiasi altro sconosciuto a queste due, e avrebbero comunque scritto nei loro blog di viaggi di aver conosciuto l’amore di passaggio, quello che come nel migliore dei film unisce un orgasmo ad un principe azzurro in sella al suo cavallo rigorosamente bianco.

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Alla fin fine era questo.
Cos’è il gioco dell’attrazione se non questo? Sarebbe potuto piacere qualsiasi altro sconosciuto a queste due, e avrebbero comunque scritto nei loro blog di viaggi di aver conosciuto l’amore di passaggio, quello che come nel migliore dei film unisce un orgasmo ad un principe azzurro in sella al suo cavallo rigorosamente bianco.

Giordano tornò dal bagno in quel momento, su quel mio sorriso.

-Che ne dici Jordie? Ci stanno le spagnole…? Le paelline?

Rise. Cazzo se rise. Rise prima insensatamente. Poi rise di gusto, trascinando anche le facce latine delle nostre amiche dai tratti pronunciati, che si unirono al suo grido “EVVIVA IL SUDAMEEEEERICA”, lasciandoci capire finalmente le loro origini. A chi importava di dov’erano. Parlavano la lingua dei pettorali di Jordie e quella dei miei sorrisi vincenti, no?

Una serata di allegria e sorrisi a base di sangria portarono le lenzuola del residence Miramore a diventare bandiere al vento.

Miramore. Dovevano aver sbagliato una vocale, come io avevo sbagliato qualcosa nella mia vita. Ma ero un giovane incurante dei particolari ormai e pensai che non avrei chiesto a nessuno il nome di quell’albergo. Sarei stato io la vocale giusta, l’uomo Miramare, che con il suo fare poteva fare a meno di puntare l’amore, preferendogli il mare della sua vita sregolata.

*

C’era una terrazza a semiarco sotto il nostro terrazzino. Saltai di sotto calcolando il modo giusto per non farmi male. Tra le mani avevo una sigaretta rubata dalla borsa di Melicia, che ormai dormiva dopo essere capitata alle mie braccia. Una Winston blu, le mie preferite. Non ero un gran fumatore, ma se questa tizia era crollata ai miei piedi nonostante il mio carattere altalenante, dovevo almeno lasciarle l’onore di essere il mio nuovo svezzamento al fumo. Avrei fumato una Melicia blu.

Potevo chiederla quella sigaretta ma perché? Non quella notte. Così come non chiesi nulla a Melicia quando la mia mano finiva sotto il suo vestito in uno dei vicoli di Tunisi.

Nello scendere in terrazzino, la sigaretta posta tra mento e petto, stretta sul collo, mi cadde. Giustamente. La mia era una bravata anti-responsabilità, che giovava al nuovo me, il signor Miramare.

Che coglione – dissi tra me e me senza avere la forza di ridere.

Mi avvicinai al marmo. Due cicchetti erano lì, a guardarmi.

-Perché no? – mi disse una voce interiore.

Una mano mi porse una sigaretta. Uscì dal buio, o forse stavo ancora troppo male per capire fosse già lì. Potevo vedere solo la bottiglia.

-La passione per gli shottini ti è rimasta – sbucò da una chioma bionda che sembrava conoscermi – ma bevi e fumi senza un minimo di classe.

-Linda… Linda! Ma … tu? Tu che ci fai a Tunisi?
-Quello che fai tu. Lo straniero.

Terrazza sul mare

Miramore. Dovevano aver sbagliato una vocale, come io avevo sbagliato qualcosa nella mia vita. Ma ero un giovane incurante dei particolari ormai e pensai che non avrei chiesto a nessuno il nome di quell’albergo. Sarei stato io la vocale giusta, l’uomo Miramare, che con il suo fare poteva fare a meno di puntare l’amore, preferendogli il mare della sua vita sregolata.

Era Linda. La ragazza che frequentavo prima di Penelope. La mia migliore amica prima di quella maturità. Iniziai a pormi delle domande. Serviva a poco, era tutto così chiaro.

Il mondo è dannatamente piccolo.
Piccolo quando vedi una faccia nota e qualcuno ti porta a spasso perché devi guarire dal volto triste.
Mio fratello me l’aveva giocata. Una faccia nota a volte, può fare più effetto di bellezze da mille e una notte.
La passione di una ragazzina era rimasta intatta davanti a me. A distanza di anni e di delusioni.

-Accendi?

Un tiro di nicotina smise di essere cancerogeno in quella furtiva prima serata tunisina.
Non ero in giro a faccia bassa, né alla guida di un auto per un paese che non conoscevo.

Ero soltanto lì. Con qualcuno che conoscevo e mi offriva da bere.
In alcune culture far offrire una donna può essere da mezzi uomini.
Ma a me non me ne fregava un cazzo, soprattutto quella sera. Due volte.
A me fregava soltanto che l’anice si mescolasse alla nicotina e al rossetto di una donna che baciai senza far parlare.

-Ho aspettato per questo – fece.
-Sei ancora la mia migliore amica no?
-Sei solo uno stronzo.

 

Potevo scegliere di non scegliere.
Lasciai al mondo questa responsabilità, senza nemmeno più dare dei vincoli alla mia volontà.

-Alla fine… sei rimasto solo. E io ho perso un’amica.
-L’hai più sentita?
-Chi? Penelope? 2 anni che gestisco le risorse di mio padre per il mondo e potrebbe importarmi di quella stronza?
-Come sta? Linda…

Sapevo mentisse.
I suoi occhi e i suoi zigomi che si affacciavano su una faccia bugiarda, erano la rappresentazione di una donna gelosa di un passato non suo. Non mi amava. Almeno credo. Il suo, ai tempi della scuola, era un capriccio. Un capriccio di quelli che chi ha tutto dal padre banchiere, si fortifica dai rifiuti. Ma chi ero io per poter dire che il suo non era amore, se neanch’io ne conoscevo appieno il significato ?

Chi poteva dire di no a Linda Silvestri?
Io?
Non più.
Non più e Penelope da qualche parte del mondo lo sapeva. E da qualche parte della bocca di Linda rischiava di uscire.

-Non ti fa male? Non ti fa male sapere che non sai dov’è? Con chi è? Che non sorride a te? Allora? Quanto ti fa male adesso chiedere di lei?

Smisi di parlare. Sentii quel languore di chi vuole piangere ma si contiene.

-Dimentica le mie domande Linda.

A denti stretti cercai per un attimo di uscire dall’angolo:

-Perché Tunisi? Perché sono qui?
-Perché sei tra quelli che a casa non era a casa sua e io conosco quella sensazione. Io ho trovato un equilibrio qui e… sapevo quello che ti era successo. E poi qui è come quei posti che sognavamo. Quante volte abbiamo sofferto, birra alla mano, in piazze vuote dove suonavano solo le penne dei motorini? Ami ancora…Napoli? Dopo tutto questo? Dopo Dehli. Dai, sei un viaggiatore ormai.

Sapeva dell’India. Sapeva tutto grazie a Giordano, che in quel momento mi accorsi ci osservava dal balcone superiore.

-Vedo che hai fatto amicizia! – esclamò quest’ultimo appena affacciatosi.

Una storia è una storia affinché sia vera anche nell’immaginazione. Linda ne era la prova vivente quella notte e Giordano era il suo Morfeo, colui che fu capace di trasformare un’onirica terrazza in realtà. Aveva addormentato me, per risvegliare lei.

 

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Quelle parole erano destinate a me, ma un tuffo di troppo permise, il ritorno di una diatriba infinita tra due donne, un tempo amiche e ora spartiacque del mio sentire.

-Dovrei chiederti delle cose? – chiosai con chi ha il fare del dubbio ma anche dell’accusa.
-Non ha senso fratellino. Tieni, questa è per te!

Lanciò una tenda avvolta in un sacco e rientrò. Fece un gran rumore ma non si ruppe. Linda doveva essere la proprietaria di quel posto, tanto che fece segno a una sorta di portiere alto quanto me a 11 anni, che era tutto a posto.

-Ricordi? A fine scuola avresti dovuto portarmi in campeggio. – disse prendendomi la mano e sfiorandomi i capelli malcurati dai miei viaggi – lo merito un campeggio capellone?

La sua mano arrivò in una carezza alla barba, mentre con un bacio annullò i nostri passati e quella sensazione che ci fosse altro attorno a noi. Tutto condito dal suo modo di agitare la lingua, che non voleva essere volgare in alcun modo, ma voleva sollevare passione che solo chi era presente poteva sentire. Uno scacco matto a chi non era lì.

Era questo il segreto della passione? Essere trattati come una parola sulla punta della lingua per tutti quegli anni? Linda fu trattata da me così, e quella tenda era per lei come il boccone che finalmente poteva andar giù.

– Io la tenda la posso pure montà… ma fa caldo ragazzì… ti chiedo solo di andare al mare. Di notte. Mettiamola in spiaggia.

Improvvisamente cambiai tono. Ero sollevato da tutto il resto e mi dissi che alla fine non era un’idea malvagia quella di Giordano e questa tipa qui. Questa Linda qui. Quello che avevo passato mi aveva fatto capire che non ero la proprietà di nessuno e che nessuno poteva essere altrettanto per me. Un ragionamento che non tolleravo prima che succedesse tutto, e che sentivo privasse di qualcosa l’amore. Ma non mi importava. Ero vento, il vento che puntava al mare.

Un motorino rimbombava nella polvere del terreno che dopo il nostro passaggio saliva su come una scia. Arrivammo nella spiaggia preferita di Linda.

Ci buttammo in acqua. Io in mutande bianche, con un fisico temprato dalla sofferenza della mente, venivo assorbito al contatto della pelle bagnata di Linda, che si spogliò in acqua. Poi pensò a me.
Era felice di tutto quello che succedeva e una luce sostituiva la luna, vegliando su di noi sottoforma di un lampione attaccato su un muro bianco, sporco e grezzo.
Quella notte conobbi l’arte del corpo da chi mi chiedeva di darle ripetizioni di Italiano con un paio di occhiali da vista verdi segno della sua ingenuità. Buffo come cambiano improvvisamente quelle persone che dici non cambiano mai.

Quell’ingenuità tornò forte.

-Facciamolo in tenda.

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Il mare nero le accarezzava le natiche mentre saliva e scendeva sul suo corpo che sinuoso usciva dall’acqua. Volevo seguirla subito. Ma la guardavo, pensando che alla fine Sliding Doors era più di un film e il suo culo sotto quella schiena e su quelle gambe era arte.

Lasciò la mia mano che cadde come la sua lentamente in acqua. Avanzò, poi, verso la riva, dopo avermi dato un bacio che ti ricorda che la violenza sulle donne è tra le cose più terribili, ma un morso sulle labbra può aprirti un mondo.
Il mare nero le accarezzava le natiche mentre saliva e scendeva sul suo corpo che sinuoso usciva dall’acqua. Volevo seguirla subito. Ma la guardavo, pensando che alla fine Sliding Doors era più di un film e il suo culo sotto quella schiena e su quelle gambe era arte. Mi bagnai la testa, scesi sotto, urlai sott’acqua felice che da qualche parte un mio urlo non facesse rumore. Uno sfogo come risposta a quella stranezza.
In quel momento un suono, il mio cellulare.
Il codice di sblocco era sempre lo stesso. Una L. Il suo lascito. Lei ci provò. Lo sbloccò.

Avrebbe cambiato tutto quella sera. In qualche universo le cose sarebbero andate diversamente. Linda aprì un messaggio.

Lo cancellò.

E cancellò la forza di superare l’orgoglio di premere il tasto invio di qualcun’altro. E chissà cos’altro.

Ruppe la condivisione istantanea e i sentimenti surrogati di una donna che mi cercava. Chissà perché mi cercava.

Io non la vidi. Il signor Miramare nulla aveva a che fare col passato da Miramore: era troppo impegnato a sopravvivere.

“Esistono tante idee per quelli come noi.
Noi che eravamo tutto l’amore del mondo che ci cercava perché non capiva come due potessero essere uno.
Sono andata via, sono stata lontana, ma il mio cuore non era parte di me.
Era nel tuo petto, a chiedere di battere al posto suo perché in difficoltà.
Scusami Francesco… io ti amo.

P.”.

Quelle parole erano destinate a me, ma un tuffo di troppo, permise il ritorno di una diatriba infinita tra due donne, un tempo amiche e ora spartiacque del mio sentire.

“Bella idea Tunisi, Giordà” pensai tra me e me.

Salì dal mare. Cambiato, come nemmeno il fiume della purificazione indiano riuscì a fare.

Potevo scegliere di non scegliere.

 

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“Esistono tante idee per quelli come noi.
Noi che eravamo tutto l’amore del mondo che ci cercava perché non capiva come due potessero essere uno.
Sono andata via, sono stata lontana, ma il mio cuore non era parte di me.
Era nel tuo petto, a chiedere di battere al posto suo perché in difficoltà.
Scusami Francesco… io ti amo.

P.”.

Prossimo capitolo Sambuca – 13 – Il vagabondare del signor Miramare


Segui il racconto sul suo profilo instagram @sambucailracconto


 

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