La logica delle storie ha invaso l’estate italiana come mai prima d’ora.

Permettetevi di dire “facciamo uno snap” e finirete etichettati come preistoria: “raga non siamo mica nel 2014”.

Esattamente il 3 Agosto di un anno fa avveniva ciò che i founder di Snapchat prevedevano, nonostante non volessero vendere la propria società a Mark Zuckerberg: la loro idea di mostrare foto che durano 24 ore, mostrando chi le avrebbe visualizzate, era arrivata su una piattaforma concorrente più potente dal punto di vista economico e non solo. Tutti conoscono il buon vecchio Mark. Mr Facebook è la sesta persona più ricca del mondo, ha solo 31 anni e ha visto nel fattore umano un guadagno che nemmeno i più grandi petrolieri possono raggiungere.

Create un bisogno è una delle massime utilizzate da professori di comunicazione, economia e informatica, che vogliono invogliare gli studenti a rendere cospicue e tangibili le loro idee. Mark ci è riuscito, e ci riesce sempre con maggiore semplicità, comprando idee a destra e sinistra e evolvendo le sue logiche attraverso un lavoro di team sempre più forti grazie a menti giovani, capaci di innovare il parterre culturale della sua azienda.

Quando Kevin Systrom e Mikey Krieger hanno venduto la loro azienda Instagram per un miliardo di dollari, si aspettavano probabilmente che avrebbe reso più di quanto fatto da loro stessi. Ma come resistere? Come resistere, non tanto al milione, ma alle logiche di mercato dettate da quello che ormai è un monopolio?

E allora eccoci qui, telefono alla mano, a goderci un meccanismo che nemmeno conosciamo ma che per qualche motivo ci piace. Fuso alle storie, ovviamente, di cui Instagram e gli altri social erano privi.

Pubblicare una foto per mostrarsi non è più la sola nota rilevante da parte di chi scatta una foto social. È importante che sia un momento particolare della propria giornata, che mostri che la quotidianità è più che semplice quotidianità. Giornate di studio che appaiono mescolate a pause studio dove un caffè può fare invidia a Starbucks, fondali marini trasparenti che se visti mostrano i volti di chi rimasto a casa soffre il caldo, e la funzione boomerang che fa vedere come siamo bravi a immortalare un nostro breve movimento del capo in un frangente di secondo.

E sono sempre meno le persone capaci di distogliersi dal meccanismo. Non si tratta di moralismi, nossignore. Instagram è una piattaforma incredibile, che rende possibile una pubblicità che nessun altro attuale sistema permette di fare gratuitamente (non sorprendiamoci se termini come pubblicità, brand e business si mescolano al fattore umano. Ormai anche nello sport un cognome diventa BRAND: “il brand Neymar”, ad esempio, per citare lo sceicco Nasser Al-Khelaïfi presidente del PSG, che è tra i tanti che ha capito che il calcio, oggi, c’entra poco col calcio). Si tratta piuttosto di emozioni perse per mostrare a gente a noi lontana fatti personali, che può essere sì una cosa simpatica e già vista (anche se non così), ma che non deve macchiare le nostre giornate. Quelle vere e non quelle social. Perché studiare a volte è un’angoscia, un piccolo movimento del capo potrebbe essere un tic, e guardare un fondale marino, anche se trasparente, a volte può significare anche tristezza.

È tutto molto bello, ma facciamo attenzione:

scorrendo le storie dei propri contatti, si potranno veder apparire delle storie sponsorizzate, che potranno anche essere saltate. Agli inserzionisti sarà data la possibilità di decidere età, sesso, interessi, delle persone cui destinare la pubblicità. Tra i primi ad usufruire della nuova funzione AirBnB, Capital One, Buick, Maybelline New York, Nike, Yoox, Netflix e Qantas.

Tutto ciò che è entertainment è pubblicità. Anche le nostre vite. Personalmente le stories mi divertono e mi incuriosiscono. Ma le persone che ci guardano e che guardiamo, sono tutte persone che frequentiamo? Sono definibili ancora come rapporti umani? La società è cambiata e non ha i valori che noi ci aspettavamo? Sono tante domande che vanno sicuramente poste, soprattutto se vanno a mescolarsi con il sistema pubblicitario, che spesso ci sfrutta senza criterio. Domande da porsi per noi, per l’educazione al mezzo.

Educare alla società e alla felicità, non è possibile solo in 24 ore. Neanche se ti chiami Instagram.

Detto questo, vado a pubblicare le mie stories, che si sa, anche il caldo cittadino può avere la sua bellezza.

cellulari

“Immaginate cosa sia possibile trarre dalle Stories che girano su Facebook, Snapchat, Instagram e Whatsapp?

Una mole di dati che definisce una società sempre più segmentata nei bisogni, ma sempre più unita nelle azioni di tutti i giorni. Una solitudine che si fa moltitudine e che spezza il silenzio individuale con il rumor dei molti.”

Fonti:

http://vincos.it/2017/01/11/instagram-statistiche-e-pubblicita-per-le-storie/

http://www.moniataglienti.it/stories-ovunque-quando-guardare-dal-buco-della-serratura-non-e-reato/

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3 commenti

  1. Io i social li evito come la peste bubbonica! Ho solo questo blog per dire la mia perché il giornale su cui scrivevo mi censurava gran parte dei commenti (sono troppo di Destra per certi mondi). Per il resto,preferisco fare delle belle foto,stamparle e metterle in un album

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