Ho intervistato Federico Buffa quasi un anno fa. All’epoca scrivevo per un giornalino online da me inventato, che purtroppo oggi non c’è più e si chiamava Ci Penso Dai.

Fu proprio il giorno dopo quello che credevo l’apice della mia carriera, nonché il giorno in cui iniziava, a decretarne il crollo.

Quest’intervista è rimasta ferma per un po’, proprio dopo quel momentaneo crollo. Eppure sono convinto che oggi, quest’intervista verrà apprezzata più di ieri, grazie al lavoro video realizzato e la maturità che mi ha portato a realizzarla.

“La mia carriera sarebbe finita nel giorno in cui iniziava, cioè Giovedì inizio e Venerdì fine, e allora non saremmo qui a fare questi discorsi e io sarei chissà dove” disse Federico Buffa in un’intervista. Ho rischiato allo stesso modo mi viene da scherzare, ma se c’è una cosa che ho imparato dai suoi racconti è di tenere alta la testa e non mollare mai.

Questo è il racconto di quella giornata, che feci sul mio vecchio sito. Penso valga la pena ricordarlo. La cornice era quella di San Giovanni a Teduccio, dove l’associazione i Ciarlatans, per la riqualificazione della zona attraverso lo sport, invitava il più noto storyteller italiano per l’inaugurazione di un campo di basket.

 

Scrivi ciò che vorresti leggere

Narra ciò che vorresti ascoltare.

 

Era l’ultimo anno di scuole medie. La Giotto-Monti, scuola media della periferia Napoletana, dopo anni di servizio in stato pericolante, cambia locazione e si sposta di fronte casa mia. A 2 minuti da casa – mi dicevo – non farò più tardi. Ero e sono ancora (perché non ammetterlo?) un ritardatario cronico, uno di quelli che devi dirgli “Ehi ci vediamo alle 8” quando l’appuntamento è alle 9. Detto fatto, inizia l’ultimo anno, e i ritardi continuano ad arrivare. Aumentando rigorosamente di giorno in giorno, tanto… ce l’ho sotto casa. La nostra classe affaccia sul mare, e a fatica ricordo le sensazioni che provavamo. Un mucchio di ragazzi, con non molte possibilità, si perdeva nei colori del mare durante le lezioni. Un mare che si tingeva d’azzurro in lontananza, e nero in vicinanza. Ma non dite che era colpa della sabbia vulcanica, nossignore! Era il classico depuratore che rispettava una regola che vige al sud, e che non permette a molti luoghi di decollare “quaggiù è un’altra storia, qui non (deve) funziona(re) nulla”.

Son passati degli anni, parecchi. La prima volta in cui ti senti davvero grande, è quando ti abitui a scegliere il motivo per cui spostare le lancette della sveglia, e lavorare, studiare, o anche dormire, che di questi tempi si rivela un lavoro interessante. Sì perché ti permette di rimanere attaccato ai tuoi sogni e a rimanere attaccato a quella sensazione provata da bambino, con gli occhi immersi nel mare a cercare qualche sirena o qualche folle Nautilus passato per caso di qua. Eppure il capitano Nemo di qua non ci è voluto passare, o forse non ne ha avute le possibilità, perché ha avuto battaglie in altri mari, battaglie che l’hanno inghiottito nella lotta al colonialismo e ai misteri del mare. Se fosse passato di qua, una storia da poter far raccontare, non l’avrebbe avuta.

È la solita serata che rilassa. Una chiacchierata, un caffè, un drink. Miscugli non omogenei, ma che diventano bile ormai con una certa elasticità. Emanuele, mio caro amico, mi fa: “Francé Francé, ma lo sai qua a San Giovanni chi viene?”. Beh, su questa domanda, il mio volto ha rallentato d’entusiasmo. Ha messo la retromarcia, è tornato indietro sino al “Francé Francé” e ha sperato che il suo caro amico tornasse indietro e cambiasse luogo. “Chi vuoi che ci passi a San Giovanni? Nemo?”.

“Francé viene Federico Buffa”.

In quel momento sapevo non scherzasse, nonostante la sua simpatia che lo porta sempre a simpatici scherzi. Non si tocca il sacro sapere, con fare ilare. Il volto l’avrebbe tradito, avrei riconosciuto una finta gioia. E invece no, Emanuele diceva il vero, e aveva l’entusiasmo di  chi sapeva che qualcosa d’ora in avanti sarebbe cambiato. Ma nonostante tutto mi uscì solo “Emanué ma che cazzo dici”. Ora leggetelo come volete, perché qualunque intonazione gli diate, è passata per un attimo in quella frase. La nostra testa era già lì. Se non passa il Capitano Nemo o qualche sirena, lasciamo che venga la loro penna: Jules Verne in carne ed ossa. Federico Buffa, il romanzo sportivo italiano fatto persona.

Come una piovra gigante, una marea di sensazioni mi avvolgono: è il momento Francé, è il momento di chiedere a colui che ti ha permesso di innamorarti una seconda volta dello sport e dello spirito sportivo che ne consegue, di chiedergli con due sole parole ciò che tutto il resto del vocabolario non può racchiudere: Federico, Come?

“La nostra testa era già lì. Se non passa il Capitano Nemo o qualche sirena, lasciamo che venga la loro penna: Jules Verne in carne ed ossa. Federico Buffa, il romanzo sportivo italiano fatto persona.”

Come si fa Federico, a non lasciarsi avvolgere dall’ansia di dover conoscere un uomo comune e a non lasciarsi investire dalla paura di doversi sbagliare, di dover pensare: tutte palle, la tv non è vita, anche “l’avvocato” è bugia. Ma chi nelle sue narrazioni ti ispira, non può essere come gli altri.

Come Michael Jordan, sai, che non stai parlando di un uomo comune.

Quando questo sito nacque nella sua prima versione sperimentale, mi affrettai a pensare: Francesco, chi intervisteresti? Ovviamente la risposta, l’avete già compresa, non potevo che lanciarmi sul suo sito web e inviargli una mail. Il sito era “costruito” su un modello di siti di viaggi, non ne avevo acquisito il dominio, ma avevo dalla mia la faccia tosta di voler arrivare ad intervistare “l’Avvocato”. Che poi la faccia, manco la mettevo, stavo dietro ad uno schermo, mi preparavo mentalmente al… quando sarà sarà, prima o poi, lo intervisterò dal vivo. Era l’unico modo per iniziare, dovevo trovare un modo per prendere la mia strada: o mi risponderà chi gestisce il sito web, oppure no, anima in pace e si va avanti sperando di incontrarlo.

Al sentire che Federico avrebbe raggiunto San Giovanni a Teduccio, di fronte casa mia, mi gelai appena il calore della gioia si placò. Questo posto non offre opportunità, e in questa zona del quartiere non c’è neanche così tanto da fare. Ma forse è solo la bugia che ti racconti quando tutti restano fermi ad aspettare che succeda qualcosa, tutti fermi ad aspettare che qualcuno cambi le carte in tavola, se passa forse ci facciamo trovare pronti. Ma quando passa? Eppure la cometa di Halley decide di voler tornare intorno alla terra, spostando gli astri della fortuna dalla mia parte.

Raramente credo in Astri e Fortuna ma:

se Francesco Gallucci non va da Federico Buffa,

Federico va da Francesco.

Ho riso molto su questo concetto. Mi sono esaltato per darmi coraggio a farcela, e “facciamola questa intervista, poi se non avrà il tempo… fa niente, andremo avanti comunque”.

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Buffa è libertà. Libertà di scegliere la vita e saperci fare.

Fa caldo. Salvatore raggiunge la stazione di San Giovanni. Quando gli ho detto di Buffa non ci ha pensato 2 volte a venire da Arzano. E allora gambe in spalla: Emanuele ci mette il “microfono” (un i-phone) e la motivazione, Sal la videocamera e la sua tranquillità e io le domande e l’ansia dei bei momenti, necessaria per non fallire.

Scendo. Per la cronaca porto 2 sedie di legno in macchina nel caso si possa improvvisare un Francesco Gallucci racconta…  la testa viaggia e non vuole farsi mancare nulla.

Arriviamo lì, e il team organizzatore dell’evento, i “Charlatains” (con simbolo fatto su quello dei Cavaliers), ci accoglie con calma e pacatezza. Conosciamo anche un ragazzo che dice di conoscere Ci Penso Dai. Beh, ora niente ci può fermare. Federico è stato già braccato, ma con la giusta dose di umiltà e faccia tosta ci avviciniamo: it’s time of Interview.

Ciao Federico. Gli faccio. Da lì chi ha parlato non si sa. Riuscivo a seguirlo per poi perdermi in quella cultura sportiva e quella dialettica inconfondibile che a dir suo è casuale: in macchina gli lasciavano fare le radiocronache di viaggio, ed eccoci qua.

Buffa è libertà. Libertà di scegliere la vita e saperci fare. Ci dedica 17 minuti di intervista e ci lascia filmare, scherza con noi, mi sembra quasi di conoscerlo da una vita. Si emoziona anche se siam ragazzi, fa i complimenti per l’intervista e io mi sciolgo perché comprendo che chi ci sa fare mi sta dando una possibilità di credere in ciò che sto facendo.

L’intervista finisce con una foto e un altro complimento. Io mi chiedo come sia possibile che abbia dimenticato e che sia riuscito a chiedere tutto, nonché omaggiarlo. Le persone presenti iniziano a chiederci dove trovare l’intervista, mentre noi esaltati continuiamo ad avere paura di perdere i file. A dire il vero la paura era tutta mia, ma trascinavo tutti con il mio stato d’animo. Avevo paura di fare la fine di Icaro, avvicinarmi troppo al sole per poi sciogliermi. È la storia della mia vita, ma stavolta qualcosa deve pur accadere. Conosciamo un altro ragazzo molto simpatico che lavora per un famoso blog calcistico. Ha paura di non fare la sua intervista, ma lo incoraggiamo che Federico è una persona straordinaria. Vedo la sua gioia quando finisce di intervistarlo. La conosco.

Federico parla con tutti ma sa che ai ragazzi bisogna dire solo poche parole: “non maltrattate questo posto“. Calca la mano, lo sottolinea più volte. È un pubblico irriverente quello delle scuole medie. Lo testimonia una storia particolare, quella che avviene dopo le parole di Federico. Alcuni studenti mostrano una piccola esibizione di Basket. Un bambino si lancia tra i coni. Sul finire della sua serpentina cade. Tutti ridono e si gustano il sapore dell’umiliazione. Sembra finita la sua bella giornata, ma non è così. Il bimbo si rialza, e come Kyle Irving alle Finals di quest’anno, si alza e si lancia in un canestro che dall’alto dei suoi centimetri può portare solo ad un’ovazione. Icaro c’è, si è ripreso le ali. Con le giuste proporzioni Kyle, ma con il valore del cuore piuttosto che quello dei big money.

Federico visita la scuola. Lo aspettiamo. Una prof di una bellezza disarmante, si piazza davanti a noi. Siam persi nella distrazione di una pubertà ritrovata, ma aspettiamo Federico. Punto.

Esce preciso come un orologio svizzero a mezzogiorno. Fa le ultime foto.

Mi avvicino lentamente, speranzoso di non disturbare. Parla lui direttamente: “ma io a te ti ho già visto, hai una faccia conosciuta”. Si ride. Mi ha messo a mio agio. Mi firma Storie Mondiali, trascrizione dei suoi racconti da me appena acquistata.

“Federico ancora un’ultima cosa.”

Gli chiedo di firmarmi l’intervista.

“Certo”.

La firma. Ma non si limita soltanto a questo.

Scrive.

“Grazie”.

Ho i brividi soltanto a scriverlo e ricordarlo.

Mi dispiace. Lo tengo ma non posso accettarlo. Te lo dico io Grazie.

Grazie Federico. Di aver permesso a questo piccolo mondo di continuare a sognare e raccontare.

 

Ci incontreremo di nuovo prima o poi. Tempi diversi e barba fatta, promesso… ma questa è un’altra storia…

 

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“Comunque bellissima intervista, non succede spesso” “Manu stai registrando vero?!”

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