Federico, avevo preparato una piccola intervista…

È un questionario!

Forse ho esagerato! Volevo farti un paio di domande.

Dimmi.

Allora, io in questa scuola ci sono cresciuto.

Questa? Fantastico… non è cambiata molto da quando c’eri tu.

Assolutamente. Rimanendo in tema, oltre che a contribuire alla nascita di un movimento cestistico italiano, credi che questi playground possano durare nel tempo?

Guarda, ti dico subito una cosa: guarda chi c’è. Guarda chi c’è a questa cosa qua. Napoli ha realmente prodotto, per avere un bacino così ampio, troppi pochi giocatori di alto livello. C’è Massimo Sbaragli, che è praticamente l’ultimo giocatore di scuola napoletana di alto livello che è uscito. Io quando sono venuto per la settimana in cui sono stato al festival teatrale (al San Carlo), notavo che i ragazzi Napoletani, a differenza dei ragazzi di tutte le altre città italiane, giocano a calcio per strada, il che non si vede né a Milano, né a Roma. A Napoli la strada ha un valore differente. Io credo che Napoli sia molto adatta al basket per tanti motivi. L’idea di dare dei campi, secondo me è vitale. Ma non è solo la vecchia frase “bisogna togliere i ragazzi dalla strada”, si può anche lasciarli lì, dipende come. Secondo me queste idee sono eccezionali e la chiave di essa è la struttura: costa 1400€ quel canestro lì. Sono tanti? No, non sono così tanti, perché per buttare giù o vandalizzare quel canestro, non è così semplice. La retina potrebbe andarsene presto, ma la retina non è storia del basket di strada, in tanti posti come gli stati uniti è metallica proprio perché la retina non è il basket di strada. In compenso quel canestro lì fai fatica a vandalizzarlo, lo puoi dipingere, gli puoi fare un graffito, ma quel canestro lì è destinato a restare a meno che non ci sia proprio la voglia di buttarlo giù, ma ti devi impegnare con il cemento. Questa è l’idea, se tu metti questi canestri qui, questi canestri qui possono durare nel tempo, se durano nel tempo, i ragazzi sanno che quando vanno giù alle tre del mattino, alle 4 del mattino, il canestro c’è, la vita cambia. Ed è il motivo per cui negli Stati Uniti nel cosidetto black top, che qui è green top (ride), i giocatori giocano senza limiti. Giocano nella neve, non è un problema si gioca. Questo cambia tutto.

Ho visto quanto successo a Erfan Aeini ai mondiali in Ungheria di Judo contro l’israeliano Daniel Popov, con il ritiro del primo che è stato costretto ad abbandonare la competizione dato il paese del suo avversario. C’è un aneddoto che tu potresti raccontare riguardo la verità che viene celata nel mondo dello sport?

Non credo sia soltanto questione di aneddoto, credo che sia un dovere. Lo sport in Italia non ha una collocazione sociale e di istruzione, perché è stato scelto di non dargli una rilevanza scolastica. Questo secondo me è un errore storico della nostra costituzione e delle scelte che sono state fatte negli ultimi 50 anni. Togliere lo sport dalle scuole è gravissimo, primo perché non educhi alla cultura sportiva, secondo perché guardi lo sport soltanto nella parte superiore, cioè: la glassa della torta che è magnifica ma non è lo sport in assoluto… e questo secondo me è un errore storico che paghiamo, continuiamo a pagarlo e temo pagheremo per molto tempo.  L’idea di poter fare delle narrazioni legate allo sport, oltre lo sport, secondo me è quasi un dovere per certi versi, specialmente per le nuove generazioni che adesso consumano ad una velocità 100 volte superiore ad esempio a quella in cui sono cresciuto io, e probabilmente anche alla tua.

Ed è proprio grazie ai tuoi racconti che abbiamo conosciuto gesta come quelle di Poy con la Palomita, Diego Armando Maradona…

Mi commuovo quando parlate di Argentina, premesso che l’Argentina e Napoli sono molto simili, tantissimi pezzi di Napoli “sono” a Buenos Aires e viceversa.

…credi che nel Mondo Moderno, avvolto da informazione e tecnologia, sia possibile rendere immutato nel tempo un gesto?

Magari! Ci vuole l’amore che hanno i sudamericani e gli argentini. Questa liturgia di questo gol (riferito alla Palomita) che ha più di quarant’anni, quasi cinquanta, è ancora lì. Poy si presta finché sarà in grado fisicamente (ride) di farsi sbattere la palla contro la testa, e lo farà ancora. Ci vuole quest’affetto. Gli Inglesi hanno inventato il gioco e gli argentini, diciamo sul Rio de La Plata, hanno inventato l’amore per il gioco che può essere superiore al gioco stesso.

Scrittore, giornalista e attore di teatro. Come è nata la tua voglia raccontare e il tuo stile inconfondibile?

Stare su un palco non vuol dire saper fare l’attore anche se “tecnicamente” sì! (Ride). Non lo so, mai domandato, è del tutto casuale, però mi ricordo che mia sorella, anche se più piccola, ultimamente mi diceva che io da bambino facevo delle radiocronache di viaggio. Eravamo in macchina e io raccontavo che cosa stava succedendo sull’autostrada e nessuno mi diceva niente! Nel senso che continuavo e non so, evidentemente ho pescato da questo repertorio. Non so, so solo che mi è naturale.

Una tua frase è l’immagine di un uomo, almeno una volta nella vita, soprattutto se si parla di uno sportivo. Su Javale McGee : “Hai sempre l’impressione che debba spaccare il mondo, ma il mondo resta intatto con una certa continuità”

Sì! Non ho niente da aggiungere! (ride) Sono d’accordo!

È  il problema di tanti talenti dello sport. Non so se sua madre ha giocato a Napoli. Comunque è stata in Italia tanto, me la ricordo piuttosto bene. Diciamo che se Javale McGee avesse un quinto della cattiveria e della determinazione dell’essere cresciuto in un posto difficile come quello della madre sarebbe un all-star. E invece no, magari nascono particolarmente dotati, fanno come dite voi a Napoli la “faccia feroce”, che non hanno però in repertorio, e il resto lo vedete tutti quanti.

Il voler tendere al successo sportivo da parte dei bambini piuttosto che alla “nobiltà sportiva” che racconti, è frutto di un errato lavoro degli educatori?

No, non credo. Si può provare ad educare in senso sportivo, ma vedi gli Stati Uniti che segnano un po’ il trend da questo punto di vista, formano dei ragazzi che sono pensati per avere successo: è la loro cultura.

C’è questo ragazzino inglese, la madre ha postato il video, il City se ne interessa e ha 3 anni. Volete un commento? Non c’è un commento.

Bambino di 3 anni inglese, la mamma posta il video, il City chiama. Di che cosa vogliamo parlare esattamente?

Vorrei farti una domanda sul mio “sport di provenienza”. Federer, Nastase o Panatta?

Ero con Adriano (Panatta ndr) in questi giorni…

…con le scarpette della Forte.

Sai la base del mio gioco! Che bella memoria! (Continua) Se tu vedi quando sono vicini, Adriano e Nastase, le prime cose di cui parlano è di come giocavano loro. Cioè, sotto 30-40, match point  e servizio non cerchi il colpo ma giochi direttamente la seconda o tiri un gran rovescio. Per loro era questa modo un po’ slavo di giocare, un po’ da testa e croce o ai dadi. Questo li rendeva estremamente romantici. Giocavano con delle racchette diverse e avevano questo modo un po’ slavo di giocare. È come dire la cavalleria nella storia dei militari del mondo finisce col barone von Richthofen, meglio noto come barone rosso. Lo tira giù un meccanico canadese e finisce la storia della cavalleria nell’arte militare. Con certi giocatori, ma vale anche per altri sport, è finita la fase romantica del gioco dove i giocatori avevano mille donne, bevevano fino alle 4 del mattino e giocavano come veniva ma veniva molto bene. Ovviamente il mondo contemporaneo non ti permette più di vivere così. Ogni tanto passa qualcuno di quest’era precedente tipo non so Gascoigne, che si è bevuto il talento. Però mi raccontava Christian Panucci, un episodio con Gascoigne… erano in pullman con la Lazio che stava andando sulla dorsale del paese e c’erano delle gallerie. Lui all’ingresso di una galleria sta leggendo un giornale. Quando la galleria termina e si torna alla luce esterna, lui sta leggendo lo stesso giornale ma è completamente nudo e del tutto impassibile. Ecco… questi vengono da quel mondo lì. Oggi difficilmente un atleta farebbe così, primo perché lo filmerebbero i compagni, secondo perché in generale non pensi così.

Prendi Federer, che è un giocatore di un talento strepitoso però applicato. Un giocatore molto coscienzioso, sta attento. Oggi i tennisti sono per conto loro, non vanno in ritiro, si pagano anche i viaggi, scelgono dove vanno, sono quelli che rispondono più di chi sono quando giocano perché non sono circondati da un sistema che li protegge. Sono veramente dei liberi professionisti. Federer secondo me ha un fascino spaventoso, ha un seguito mondiale incredibile… ed è svizzero. Come ai suoi tempi ci fu Alinghi, in svizzera oltre a un paio di laghi… (ride). Gli svizzeri ogni tanto tiran sti colpi: Wawrinka, è un altro giocatore che vince.  Loro hanno Federer e Wawrinka, se lo ricorderanno per tutta la loro storia. Chi c’era? Raffaello e Michelangelo sotto Giulio II? Passeranno una volta…

Sveli l’animo delle persone dietro il professionismo, ma c’è uno sportivo che è diventato un pro rimanendo d’animo amatore?

Sì, penso tanti. Paradossalmente… il più grande di tutti. Lo so che può sembrare commerciale, ma il fatto che Jordan avesse la clausola “love of the game sin dall’inizio, secondo me lo distingue da molti punti di vista. Vuol dire che c’è un accesso alla sacralità del gioco, oltre al divertimento. Ovvero sia, il gioco ha delle regole che vanno rispettate e sono etiche ed affettive prima che tecniche. E la scena di lui che bussa con violenza alla porta, durante delle partite di esibizione nella sua prima stagione Nba e i giocatori, suoi compagni non lo fanno entrare e con gli asciugamani bagnati coprono dei fluidi, quello che si stavano facendo…  e lui dice la frase “guardate che vi conviene farmi entrare perché senza di me ai playoff non andate” e il gran consiglio dei vecchi dice “effettivamente”… gli aprono la porta, lui entra per vedere cosa stanno facendo, prende e se ne va. Io non credo che si possa fare una scena più forte per descrivere un uomo che vuole la clausola “love of the game”.  Si può criticare il fatto che Jordan abbia accettato cose che Mohammed Alì non avrebbe fatto, lo prendo ad esempio perché mi sembrano gli sportivi più iconici del ventesimo secolo di tutto il mondo, con tutto il rispetto per Maradona.  Sono due che per certi versi, proprio perché afroamericani, hanno cambiato la percezione del mondo.  Ma lui è uno che ha reso questo sport un’altra cosa, lo nobilita, ed è lui che lascia la cosiddetta legacy, cioè il legato a Kobe Bryant e Lebron James anche in una partita di esibizione. Magari giochi dieci minuti, ma forte perché il pubblico ha pagato. Tu devi giocare per chi sei sempre. Esci dopo 10 minuti sì, ma quelli lì li si gioca e difendi, perché se non difendi, umili il gioco. Queste cose si notano nei giocatori che sono così longevi ad alto livello per tanto tempo perché hanno guardato lui che ha segnato proprio il trend tra chi questo gioco lo nobilita e chi lo gioca bene.

Il Sudamerica in una parola, o in un altro aneddoto…

Il Sudamerica è il luogo della terra dove l’acqua e il sangue sono molto simili, non capisci la differenza tra l’acqua e il sangue: il sangue scorre come l’acqua e viceversa. Quindi tutto profuma di acqua e sangue, quindi tutto è olfattivamente e vissuto diverso. Se vai lì il resto del mondo non c’entra. Quando mi dici hai visto una partita di calcio, beh, non puoi dirlo se non l’hai vista lì.

L’ultima volta che ci sono stato ad Aprile ho visto la partita a Rosario, che è veramente un luogo di calcio templare. La partita era alle 10 e passa di sera e il giorno dopo era un giorno scolastico e allo stadio c’era una parte della zona degli ultras del Palmeiras che era disabitata per motivi di sicurezza. Nel resto dello stadio c’erano circa 40, 45mila persone, con madre di 80, figlia di 50, nipotina di 3, che hanno cantato il repertorio, perché avranno 15 pezzi, per tutta la partita. Prendi il gol, vai sotto 1-0, ma il pubblico continua a cantare, senza neanche cambiare l’intonazione. Non ci sono neanche i due secondi della delusione, è comunque in soundtrack. Poi figurati quando segnano! (ride) Il ritmo della partita per loro non cambia, non hanno neanche quel “oh no, gol”. I giocatori portano la palla a metà campo come se avessero segnato loro.

Federico siamo alle battute finali. Ho letto, in una tua intervista, che hai detto : la mia carriera sarebbe finita nel giorno in cui iniziava, cioè Giovedì inizio e Venerdì fine, e allora non saremmo qui a fare questi discorsi e io sarei chissà dove”. Io vorrei chiederti, dove saresti adesso.

In Giappone, ad insegnare Italiano a delle signore giapponesi e viceversa, in un autentico teatro dell’assurdo cioè che nessuno capisce niente. Loro non capiscono quello che dico io, io non capisco quello che dicono loro! Però siccome l’ho fatto una e volta e mi hanno messo lì 300 Yen per una conversazione… loro volevano soltanto sentire uno che parlava italiano e ripeterlo, ovviamente con dei problemi. Perché i Giapponesi son strani, se io posso dire Karaoke quindi la R la so pronunciare, perché Laffaela? Se tu sai dire kaRa, perché non dici Raffaella? E questa cosa ho passato un’ora a cercare di chiedergliela. Se dici Karaoke dimmi Raffaella!

Un’ultima cosa Federico. 

Un narratore va incontro alla vita, ma questa gli riserva mille sorprese. Mentre egli racconta qualcuno sta compiendo gesta straordinarie ma non sono le sue. Eppure si finge ignaro e va avanti, perché come il migliore degli attori, per un attimo prende il posto di ogni singolo eroe, e si gusta il volto di chi, a conoscenza delle sue storie grazie a lui venne. Senza narratori non ci sarebbero storie. Grazie mille Federico.

Grazie, è bellissimo.

Grazie ancora a te Federico. 

Per il racconto di quella giornata clicca qui.

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