Fu il giro di boa della mia visione calcistica. Certo, avevo 11 anni e il calcio non si è rivelata la mia passione più grande, ma quel giorno non lo dimenticherò mai.

 

Il giro con zio a cercare maglia e Tromba occupava le vicende di quell’estate.

Il calcio italiano nel frattempo era finito. Calciopoli, era la fine ufficiale di uno sport che aveva perso la sua essenza sin dal calcio d’inizio, a favore di cattiveria e business. Ma io avevo la maglia tarocca del pupone, e non avevo voglia di credere a simili crude realtà.

A 11 anni è tutto diverso. Può succedere anche, nonostante la mia allora grande massa grassa, che tuo zio (un altro, la fortuna di avere tanti zii) ti prenda in braccio sul rigore sbagliato da Zidane. Peccato che quella palla entrò alla fine, ma fu un momento incredibile.
In campo c’era parte di quel mondo calciopoli che in lungo e in largo ha primeggiato sui campi, ma a marcare il tabellino dei marcatori è il pirata del calcio italiano. Uno che ti spezza la caviglia, ma ci ride su, uno che entra nel dizionario sportivo come: calciatore italiano medio.
Lui, Marco Materazzi. Sale in cielo in area di rigore, su uno spiovente da corner di Andrea Pirlo. È l’1-1 di una notte magica. Lo zio impara la lezione, ed evita di riprendermi in braccio. Ma è gioia uguale.

La partita si prolunga, la porta Azzurra è sotto assedio. Prende colpi su tutti i punti di vista ma regge fino alla fine. Fino all’ultimo momento di quel pirata.

La mia idea di calcio è finita lì. Non per anti-sportività, ma perché per me quello è stato l’ultimo momento di grande calcio. Senza calcio.

Materazzi è italiano. Se ce l’avete presente, è parte di quella nazione che è solita non avete identità, ma ha i coglioni sotto. Quella che oggi con rammarico nego, ma sotto sotto “campioni del mondo”.

Marco sussurra qualcosa a Zidane. Si sa, Zinedine un altro rigore di certo segna, meglio non farglieli tirare.

Zidane corre all’indietro, lo punta. E poi gli da una testata in petto. È la vittoria del nostro mondiale. C’è ancora tempo per l’errore del dischetto di David Trezeguet, quello che mi fece piangere nel 2000. Grosso mette dentro il 5-3 finale della sfida ai rigori.

Da quel momento il calcio per me, non sarà più lo stesso. Un po’ perché capii la bellezza di altri sport, un po’ perché alla favola che vincere cancella il calcio malato non ci credevo, un po’ perché con Marco Materazzi due calci al pallone li avrei dati.

Fu l’apice, di più non potevo chiedere. Capii cosa significava ’82.

Da quella sera compresi che valeva la pena dedicarsi a sé stessi inseguendo i propri sogni.

Ecco cosa imparai da quella notte, nessun milione vale quanto le emozioni che provi.

 

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