-Che valore ha la tua felicità?
-Per me la felicità è stato girare con te tutta la notte. È stato qualcosa di… incredibile! Non hai mai saputo dirmi no. Ti ho trasformato in uno Yes Man!

Le lasciai questo merito. Tamara era stata incantevole, eppure io quella risposta non l’avevo fatta ancora mia. La felicità è una convinzione che applichiamo per poterci gridare felici di cose apparentemente futili, un assaggio di cose che sembrano belle, un insieme di piccole cose e personali definizioni.
Per me era così. Almeno prima di conoscerla. Prima di quella notte.

L’alba si faceva più lenta del solito in una serata che non aveva alcuna intenzione di finire.

-Perché hai avuto così paura davanti a… gli intoccabili?

Silenzio.

Cambiava passo, sembrava giocasse, ma non era così: solo un viso esperto può nascondere storie personali e lei ne aveva una da raccontare.

Provai a riaprire bocca ma mi fermò:

-Ti prego… no. Non chiedermelo ancora.

Perplesso, ma comprensivo continuai la strana passeggiata affiancato dal fiume Yamuna, scorgendo il primo sole del Taj Mahal. Tra pensieri ricchi di bellezza e ricordi.

Non avevo più tante parole, ma soltanto gesti. Tolsi le mani dalle tasche e passai dietro Tamara. Abbassai la testa sul suo collo, così per farla sorridere e cacciar via tutto ciò che potesse nel ricordo farle male. Sembravamo una coppia felice, di quelle che vedi negli studi dei fotografi per farsi pubblicità.

-Sono riuscito a farti sorridere. Sai, era l’unico modo che avevo per permettere al sole di uscire.

Era tutto così… magico.

Si fermò, si girò verso di me e poggiandomi le sue mani al collo, iniziò a guardarmi il petto, incapace di alzare il capo.

-Promettimi una cosa – disse deglutendo della saliva come fosse un boccone amaro – se adesso scaccio tutti i miei pensieri, tu guarirai finalmente i tuoi.
Non siamo nati per essere schiavi del male a noi afflitto. Siamo continua bellezza che sulle rive del fiume aspetta una brezza che lo rinnovi e tu… ti prego! Prometti che tornerai ad esserlo, ad essere bellezza! Adesso insieme a me!

gange1

-Che valore ha la tua felicità?
-Per me la felicità è stato girare con te tutta la notte.

Affascinato dalle sue parole dissi “sì” con un sorriso e un cenno del capo.

-Vieni. Vieni con me.

La seguii.

Il globo sfidava la luce specchiandola in un misto tra alba e tramonto. A complicare il tutto delle candele che apparvero affianco a noi, portate dal vento che ‘carezzava le acque torbide del fiume.

Eravamo un po’ come quelle candele noi. Come diceva Tamara: bellezza.

Arrivammo davanti a un uomo con un copricapo bianco diviso a fasce. Il mento era ormai invisibile, coperto da una lunga barba bianca. La carnagione scura, il vestito bianco e i piedi nudi permettevano di capire che si trattava di una di quelle guide spirituali che spesso si vedono su National Geographic in quegli splendidi documentari sull’India. Quando l’uomo vide Tamara sembrava avesse il cuore in tumulto, come un padre davanti a una figlia.
Non la vide subito. Aveva gli occhi chiusi, le mani a mó di preghiera e le gambe incrociate che lo facevano risultare seduto su quello che probabilmente era stato un piccolo molo.
Venne verso di noi in maniera delicata e non parlò, ma si inchinò a Tamara con movimenti lenti che lo fecero apparire come uomo buono e umile. C’erano anche altre persone, le quali furono invitate a fare un passo in acqua, mentre noi raggiungemmo il piccolo molo. Tamara sussurrò qualcosa all’uomo e poi mi invitò a sedermi, gambe a penzoloni sul fiume.

-Hanno bonificato da poco questo lembo di terra – disse.
-Ah. Davvero?
-Sì. Purtroppo sì.
-Lasciami indovinare… qualche nuovo resort?
-Esattamente. Ma non credo ci riusciranno… non è una zona adatta.

Mi strinse la mano. Poi continuò.

-Mi portarono qui. Avevo 11 anni e avevo anche l’abitudine di giocare con una palla insieme ai miei fratelli. Una specie di calcio, non ricordo neanche piu. Ce l’avevano regalata due turisti italiani, che erano proprio originari di Napoli e giravano nell’India più povera.

Sorrisi. Piccolo il mondo eh?

-Ecco spiegata la tua simpatia per me – la interruppi ridendo.

-Erano sorridenti e calorosi come te. Li guardavo con aspirazione, come un sogno, ma mai con invidia. Volevo essere come loro… restarono con noi un paio di giorni: noi provammo a spiegargli le abitudini della nostra terra e loro raccontavano l’occidente. Ovviamente a gesti… e si capiva poco, ma mia madre lavorava in un ristorante dove si dava molto da fare con i clienti del “vostro mondo”. Li ascoltava, li osservava. Fu per questo che riuscì a comunicare tanto quanto bastava a quella famiglia, per un recapito. Le lasciarono un bigliettino che ancora oggi conservo:

“Renata Caruso e Federico Almirante – Piccoli Grandi Imprenditori” recitava il bigliettino.

La mia famiglia era molto povera e per loro tutto questo fu un segno dell’universo, del karma. Ma il destino era dietro l’angolo, sai com’è, e mia madre passata dinanzi a un gruppo di intoccabili diede loro in dono tutto ciò che quel giorno aveva. Ci misi un po’ a capire quel gesto, ma capii che era il modo di mia madre di ringraziare l’universo. Improvvisamente quelli che credevamo persone umili e povere si rivelarono sciacalli e convinti fossimo persone ricche, ci fecero del male.

taj-mahal-2309887

Non sapevo davvero cos’era la paura. Credo di averla scoperta lì.

Uno di loro mantenne mia madre, un altro prese per il braccio mio fratello e altri due portarono via me.  Ero una sorta di loro ostaggio. Chissà in quale dannato film di Bollywood avevano visto una cosa simile se mai ne avessero visto uno. Mia madre mi diceva sempre che i bambini rischiavano di sparire in India ma io non immaginavo cosa potessero farmi. Mi portarono sulle spalle e io piangevo e urlavo. Arrivarono proprio qui. Mi picchiarono. A turno. Prendendosi gioco di me. Mi strappavano i vestiti brandello per brandello. Ero sicura che mi avrebbero venduto a qualcuno il giorno dopo, ma prima volevano testare il prodotto.

Non sapevo davvero cos’era la paura. Credo di averla scoperta lì.

Tremavo e mi bloccavo ogni volta che mi sfioravano. Era una cosa che nonostante bambina accudivo: l’intimità.
Il signor Sahni era lì intento ad effettuare abluzioni, ovvero le purificazioni dell’anima. Aveva parecchie persone con se quel giorno, che si posero tutte a cerchio attorno a me e ai rapitori. Videro tutto.
Potevano lavarsene le mani ma non lo fecero. Chiusi gli occhi aspettando che tutto finisse. Non ci fu un lottare. Forse erano troppi, forse chi mi rapii era poco organizzato. Riportarono me a casa e quegli uomini furono obbligati ad andar via. Fui incredibilmente fortunata. I segni dei pugni vanno via. Una violenza sessuale no. Soprattutto da bambina. Da quel momento ogni anno vengo qui. Porto ancora con me quel brutto ricordo e per questo oggi ho ancora paura quando vedo degli intoccabili per strada. La maggior parte di loro sono innocui e non cattivi. Ma quel giorno non mi permette di essere tranquilla in loro presenza.

Mia madre riuscì a mandarmi in Italia da quei signori che divennero i miei genitori. Ho vissuto lì per molto, a Milano precisamente. I miei nuovi genitori lavoravano lì. Mi sono laureata alla Bocconi, e ho visto anche la tua città… molto bella. Chissà se ci siamo già incrociati qualche volta! Appena laureata ho deciso di tornare e … poi ho conosciuto te al Tivoli. Chiaro ora il mistero del mio italiano?

child-649021_1920

Tremavo e mi bloccavo ogni volta che mi sfioravano. Era una cosa che nonostante bambina accudivo: l’intimità.

-Perché sei tornata? – dissi ammirato da quanto appena detto. Il mondo è una grande casa e noi tutti siamo incredibilmente sotto lo stesso tetto: a volte azzurro, a volte grigio, a volte blu.

È incredibile quante storie esistano oltre il nostro naso e oltre il nostro instagram.

Oltre le nostre agiatezze e il nostro avere il pane a tavola… che alla fine è il miglior conforto.

Davanti a me storie infinite che nemmeno il migliore dei film può raccontare, si affacciavano sottoforma di un mondo da visitare, da scoprire, da affrontare.

– Sono tornata per mia madre… per dirle grazie. E probabilmente per restare un po’ e poi tornare a viaggiare. Magari con la mia famiglia… per mostrargli il resto del mondo.

-E tuo padre?

-Mio padre è un tuttofare. Ha trovato un buon lavoro anni fa. Ha studiato informatica ed è questo che gli ha permesso di salvare la mia famiglia. Quando ho saputo del suo lavoro volevo tornare… ma me lo impedì. Chiamò direttamente i miei “genitori italiani” dicendo loro che gli studi erano più importanti di tutto. Quando partii mi disse:

“anche la più lunga camminata comincia con un passo.”

Ci guardammo. Non aveva motivo di spiegarmi quella frase. La baciai.

-Non mi aspetto che tu rimanga qui con me… ma… vorrei che il tuo sorriso rimanesse sempre quello che hai fatto ora a me. Vorrei che fosse sempre così, sempre il mio. “Il sorriso per Tamara”, vorrei lo portassi nel mondo! Così che chiunque lo guardi, senza saperlo, guardi anche me. Devi liberare il cuore… è per questo che siamo qui.

Poi si alzò e si abbassò il pantalone, incurante della presenza di quelle persone troppo attente a pregare. E poi si sa, il fare occidentale ormai era una spiegazione della sua sfacciataggine: una splendida combinazione con la sua parte orientale: era come l’alba e il tramonto insieme. Come quel cielo. Lei era quel cielo. Mi mostrò un segno sul lato sinistro della gamba, altezza gluteo. Era una brutta cicatrice visibile alla luce e non molto al tatto.

-Non l’avevo notata prima… in macchina.
-La bagno ogni anno… qui. Come segno di purificazione di quel male. Vorrei ricordarla come segno di te e non di quel male.

Istintivamente la baciai, per 10/15 secondi. Volevo davvero che in quell’angolo del suo corpo lei si ricordasse per sempre di me. L’accarezzai e poi le dissi

-Sappi che questo sarà per sempre “l’angolo Francesco”. Non dimenticarlo.

Mi alzai.
Ci fu il silenzio.

-Adesso tocca a me… vero?

Non rispose a voce ma con gli occhi. Con quel suo modo di fare che era simile a quello di chi conosce l’amore oltre ogni sua forma di egoismo.

Nonostante quanto detto avevo bisogno di una piccola dose di coraggio.

Mi toccai la tasca, intrufolata, una bottiglietta di Sambuca. Di quelle piccole. La presi. Pensai che aveva ragione quel pazzo di Giordano a partire e a portare queste bottigliette. L’aprii. Quel molo sapeva di altro, oltre che delicatezza.

Sapeva di spontaneità.

Volevo lanciarla in acqua. Tamara mi guardò.

-Siamo noi a dare un valore alle piccole cose? – le chiesi.

-Sì. Siamo noi.

-…Sambuca?

-È come ai Navigli qui, no?

-Più o meno… è come ai Navigli. Tutto il mondo è paese.

black-1850812.jpg

-Sappi che questo sarà per sempre “l’angolo Francesco”. Non dimenticarlo.

Prossimo capitolo Sambuca – 10 – Lontani da casa è sempre hangover


Segui il racconto sul suo profilo instagram @sambucailracconto


 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...