A distanza di 33 anni Gianni Minà torna in quello che un tempo era il carcere Filangieri e che oggi è lo Scugnizzo Liberato, centro sociale dedito all’attività di rivalutazione della zona.

Presente, così come allora, anche la NCCP, Nuova Compagnia di Canto Popolare, in quella che fu una puntata di Blitz, programma RAI storico del presentatore Torinese.

Torinese ma innamorato di Napoli, Minà è un delicato narratore della società, uno che conosce i suoi segreti meccanismi, ma non aggredisce il potere. Si limita a raccontarlo, ma più che un limite il suo, è la sua firma elegante di una carriera di giornalismo che dura da 60 anni grazie al suo modo di fare. “Il sorriso è per me speranza” mi ha risposto allegramente, “è stata un’epoca straordinaria” mi dice riferendosi successivamente sugli anni delle interviste a Troisi.

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Minà è un uomo vicino al Sudamerica, ha conosciuto Fidel Castro e Hugo Chavez, ha cercato risposte laddove i media occidentali avevano già “dato” le proprie opinioni, non si è mai arreso in quel complesso processo che è la ricerca della verità.

E non solo: ha raccontato quella Napoli del movimento culturale più intenso, Troisi, Pino Daniele, Eduardo, Lina Sastri, la stessa NCCP; aveva il lasciapassare per intervistare Alì anche in momenti incredibili della sua carriera; era presente sul set di C’era una volta in America emozionatissimo al fianco di Sergio Leone e Robert De Niro.

Minà è un personaggio straordinario che come ha detto allo Scugnizzo Liberato, continua ancora in questo suo mestiere per il bene della verità, nonostante la veneranda età.

Vorrei chiudere con una foto ed un aneddoto per far sì che si comprenda il personaggio Minà (in fondo il video delle mie domande e un piccolo tributo al giornalista).

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Di Simone Sambucci:

“All’epoca frequentavo Robert DeNiro, che era a Roma per girare “C’era una volta in America”, il film di Sergio Leone, ed una sera mi chiamò. Mi chiese:

-“Gianni, come va? Che hai da fare oggi?”.

– Io gli risposi: “Sono con Muhammad Ali stasera, stiamo per andare a cena”.

– De Niro sobbalzò e disse: “Con chi è che stai? Cioè, stai andando a cena con Muhammad Ali e non me lo dici? Cioè è il mio idolo di sempre. Io vengo a cena con te stasera Gianni”.

Dopo un po’ ricevetti una telefonata di Sergio Leone, per la verità un po’ arrabbiato, e mi disse che De Niro non sarebbe potuto venire perché quella sera avevano un importante incontro per definire alcune scene del film, quindi non si poteva fare nulla. Io gli dissi che in realtà non c’entravo niente, stavo solo andando a cena con Muhammad Alì e Robert si era voluto aggiungere. A quelle parole, Leone disse:

– “Cosa??? Cioè tu e Robert state andando a cena con Muhammad Ali e non mi avete detto nulla?”.

Volle a tutti i costi accodarsi anche Sergio Leone. A quel punto mi preparai e, una volta pronto, stavo quasi per uscire, ma suonò di nuovo il telefono. Era il premio Nobel Gabriel García Márquez che era a Roma per cenare anche lui con Sergio Leone e De Niro, ma aveva appena appreso che l’incontro era saltato perché c’era una cena con Muhammad Ali.

Morale della favola?
Ci ritrovammo tutti a cena da “Checco il Carrettiere” e mi ricordo che mettemmo tutte le donne da una parte del tavolo e noi dall’altra, perché non volevamo assolutamente farci disturbare; e passammo l’intera serata a fare domande a Muhammad sulla sua carriera e sui suoi match. Ci raccontò tutto. Io, De Niro, Marquez e Sergio Leone ascoltavamo: eravamo tornati tutti bambini”.

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