È impazzato su tutti i social quel termine spagnolo: Hala. ¡Hala Madrid! . Forza Madrid.

Per i tifosi bianconeri una vera coltellata nel fianco. Come se non bastasse aver visto Cristiano Ronaldo, 2 volte, Casemiro e Asensio, siglare il tabellino del match. Il calcio è strano, ma mica tanto, considerando la ripetitività di certi eventi e di certi successi:

il Real Madrid vince la terza Champions League in 4 anni,
la Juve perde la quinta finale in 20 anni,
Modric te lo ritrovi ovunque su un prato,
il tifo è ancora materia di discussione nei bar
e Paolo Bargiggia giornalista è un mistero quasi quanto la sua barba.

real copertina

Zinedine Zidane sorride e il Real vince una Champions con una semifinale dubbia, che è un chiaro invito al dire “il calcio è uno sport corrotto” a sfavore del “ma dai? La smettiamo di rosicare?“. Si parla dei Blancos ma se al posto di Zidane ci mettessimo Allegri, e al posto del Real ci mettessimo “la Juve vince il campionato con qualche episodio dubbio”, il risultato non cambierebbe. Ed ecco che le diatribe nazionali salgono agli onori di cronaca come sfogo di un risultato scadente, nonostante la finale sia stata una partita persa a scacchi dalla Juve. Juventus che aveva impostato il primo tempo a proprio piacimento, anche sul gol di Ronaldo, con i guizzi di un Pjanic ridisegnato da Allegri, che terrorizza Keylor Navas nella prima mezz’ora. O almeno è questa l’impressione che da.

Il Real fa male quando vuole, elemento tipico delle squadre ricche di fuoriclasse, che riescono ad amalgamarsi tra loro in un modo simile alla selezione naturale, tagliando fuori chi in un particolare momento non serve. Ieri lontano toccò a Kakà (per demeriti), ieri vicino è toccato a Gareth Bale (per motivi tattici: Isco es un fenomeno). Più volte si vede lo stesso copione dopo il gol, sia nelle azioni che nelle intenzioni dei Blancos: dall’esterno si cerca l’uomo smarcato a limite dell’area, che deve smarcarsi per poter calciare di prima. Un rigore ad ostacoli che si ripete in entrambi i gol, entrambi con deviazione: CR7 prima, Casemiro poi (su rimpallo). Nel mezzo si piazza Mandzukic, incapace di placarsi ad ogni provocazione in qualunque sua partita, ma capace di una girata, che in proporzione equivale ad un gesto tecnico alla Zampagna. Nulla togliere al pelato talento, ma questa era la finale di Champions League e il gesto del croato vale il prezzo del biglietto per chi è allo stadio, e la sintonizzazione per chi è a casa.

mandzukic

Higuaín serve l’assist al bacio, lui che il bacio di Giuda alla Michael Corleone, l’aveva dato al Napoli andando via quest’anno per vincere. Se non puoi batterli unisciti a loro: ed ecco che l’unico giocatore che merita gli sfottò è proprio lui. Il gladiatore va a finire nelle mani del popolo, così come avrebbe avuto gloria e ragione se avesse portato a casa la coppa dalle grandi orecchie. Una prorompenza si vedrà sul suo collo nei prossimi mesi, oltre che nella fascia addominale: la Champions è un boccone amaro. Ronaldo mette a segno il 3-1, sempre di prima, ma dinanzi a Buffon. Colpisce alla destra di Gigi, ed è proprio lì che quel pallone si colora d’oro, lasciando sfumare l’ipotesi “pallone d’oro ad un portiere” per la più ovvia “CR7 fa 5“. Cuadrado entra e fa collezione di gialli. Asensio entra e segna il 4-1. È lo scacco matto di Zinedine Zidane, l’allenatore più fortunato del pallone, dopo Roberto Di Matteo in forza a quel Chelsea matto del 2012, che grazie ai Senatori e una dose di fortuna pari a quella che si può avere trovando un 6 vincente del superenalotto ai piedi del letto perché si è lasciata la finestra aperta, vinse la Coppa dei Campioni. Aaaaah prendo fiato: quel 6 non l’avrebbe fatto entrare il vento, ma la cicogna.

zidane

Zidane illumina la conferenza con un “nessuno mai come noi”, tanto banale quanto realtà effettiva: il Real Madrid si conferma fattore K di questa competizione: 12 le coppe vinte, 2 anni di fila in cima all’Europa. Carlo Ancelotti, che con il Milan di Champions ne ha vinte ben 2 e mezzo (vedi la finale persa nel 2004), osserva una finale ingiusta per quanto visto sul campo in semifinale. Il Bayern Monaco era, ed è il club più forte d’Europa, e non me ne voglia Ronaldo, con un arbitraggio decente in finale ci sarebbe finito proprio zio Carletto. Dall’altro lato c’era la Juve: la realtà italiana. La realtà Agnelli. Ho esultato alla vittoria del Real? Scrivo su un blog, non su Tuttosport, quindi posso almeno dire che i miei occhi hanno sorriso, il mio pugno si è alzato sul primo gol di CR7 e ho riso vedendo fuochi d’artificio illuminare il cielo di Napoli. Poca roba. Esultanza napoletana che francamente non capisco, in quanto spesa inutile oltre che folklore che macchia un popolo. Ma al popolo ardua sentenza nel calcio dei gladiatori e il pollice è verso il basso quaggiù quando si gioca in bianconer tenuta.

real madrid2

Questione di potere più che calcistica, di “mentalità vincente” come dicono nei programmi di qualsivoglia rete televisiva che interagisca con il mondo Juve (tranne quella di Cardiff di ieri sera sponda Real).  Mentalità che non comprendo così come quei fuochi:

quelli segni di povertà intellettuale;
questi segno di povertà d’animo.

Bisogna vincere. Eppure “si vince se si investe” e non semplicemente “si vince quando si gioca bene”. Se girano i soldi gira il talento. Il tifo quindi diventa accanimento e fanatismo. Oppio necessario per poter affrontare una giornata sereni, non per questioni sportive, ma di mentalità, appunto.

Il calcio è una cosa seria, el fútbol es una cosa seria.
Ne sanno qualcosa i feriti di piazza San Carlo. Un popolo, a prescindere dal colore della maglia che si guarda con passione, che è spaventato, terrorizzato da ogni forma di terrore. Folle che all’impazzata corrono quando si sente un urlo, o altro, pezzi di vetro sparsi per terra che si rivelano coltelli di inciviltà. È il nostro aver paura dinanzi il male, lecito quanto doloroso. “In piazza non si dovrebbe andare” penso, e non per timore, ma come protesta alla paura, così come andrebbe spento un televisore che trasmette un calcio che non ci piace, o si butta via un cibo che ci disgusta. L’ultima speranza democratica che abbiamo per poterci opporre. Ma un fatto serio come il calcio merita la festa anche laddove non c’è, staccarsi dalla tetta del consumismo è uno svezzamento crudele che non riusciremmo a gestire.

Serata da ricordare, non più per il calcio, ma per altre questioni. Il calcio è sì una cosa seria, ma mica tanto.

 

VJP84J839040-krUH-U11003121516729ayD-1024x576@LaStampa.it
(Tratto da: La Stampa, Antonella Boralevi) Era arrivata da Pavia per tifare Juve. E’ giovane, è forte. Ma sarebbe morta, se il coraggio di un altro non l’avesse salvata. 
Lo ha scritto su Twitter: vuole ritrovare quel ragazzo con i baffi e il pizzetto scuro che ha riconosciuto in un video. 
Quel ragazzo che ha fermato il carro armato micidiale della folla e ha protetto la vita di una sconosciuta, mettendo a rischio la sua. 
Nel video, questo eroe ragazzo ha gli occhi sgranati, ma vuoti, come spenti dall’orrore che ha visto. 
Deve essere stata la decisione di un secondo: scappare o proteggere. Rischiare la vita per un altro o salvarsi.  
Un secondo, forse meno, per scegliere la priorità. 
Testa che bolle, gambe che corrono, adrenalina a mille, paura, terrore. 
Questo ragazzo si è fermato. Ha smesso di correre. Ha scelto di proteggere la creatura più debole che aveva accanto, di cui non sapeva nulla. 
Allo stesso modo, durante la strage del London Bridge, un uomo ha protetto, con il suo skate board, dal coltello dei terroristi assassini, una donna sconosciuta, ed è morto al suo posto. 
Si chiamava Ignacio Echeverria, aveva 38 anni. 
Difendere chi si ama è un istinto. Ma difendere uno sconosciuto è perfino di più, io credo. Significa mettere in pratica quello che in tanti diciamo, senza assumerci rischi: chiunque è mio fratello.”
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