Tommaso Primo, giovane cantautore napoletano, ha già inciso due album: Posillipo Interno 3 e Fate, Sirene e Samurai. Estremamente creativo, Tommaso è capace di mischiare tra loro più culture nelle sue canzoni, non perdendo mai di vista il suo modo di fare da “equilibrista, tra ciò che è bello e ciò che è trash”, frutto di una leggerezza e una genuinità che lo contraddistinguono. … ContinuaIntervista a Tommaso Primo, il Naïf di Marechiaro9 min read


Tommaso Primo, giovane cantautore napoletano, ha già inciso due album: Posillipo Interno 3 e Fate, Sirene e Samurai. Estremamente creativo, Tommaso è capace di mischiare tra loro più culture nelle sue canzoni, non perdendo mai di vista il suo modo di fare da “equilibrista, tra ciò che è bello e ciò che è trash”, frutto di una leggerezza e una genuinità che lo contraddistinguono.
Tommaso, hai iniziato a scrivere canzoni in un’età dove i bambini di solito preferiscono giocatoli alle parole, o magari le prime sigarette e i primi baci. Come è iniziata la tua passione per la musica e soprattutto cosa ti ispirava a quell’epoca?
Voglio dire una cosa: i primi baci e le prime sigarette le facevo pure io! (ride) Ero un bambino un po’ particolare, perché ho perso mio papà a 8 anni e sono cresciuto in questo ristorante che era il ristorante di mio nonno , che poi è passato a mio zio e poi è passato a mio fratello, tra questi personaggi strambi, quali camerieri, cuochi, parcheggiatori abusivi “autorizzati” , clienti. Quei personaggi che ogni quartiere ne ha uno, sai, i simboli del luogo. E ho avuto questa infanzia al limite tra la magia e la verità . Io penso sempre che è la musica che ti sceglie, non sei mai tu che scegli la musica, la musica non si impone, senti quel prurito dentro , quella cosa che ti preme nelle meningi e capisci che nella vita devi fare questo.
Hai parlato di “geni analfabeti” come un certo Pino che si vantava di non aver mai fatto il biglietto, sino a quella volta che si vestì da suora in metro per evitare il controllore…
Sì, una volta, praticamente io prendevo la metropolitana per andare a scuola e conobbi questo personaggio che si chiamava Pino che si vantava con me di avere questo dono, come se fosse metafisico, o un titolo di studio, ovvero quello di andare da una parte all’altra della città senza mai fare il biglietto. Una mattina presi la metropolitana che era vuota, eravamo soltanto io e una suora. All’improvviso salì il controllore e io non tenevo il biglietto perché la presi d’urgenza. Il controllore mi prese per un orecchio e mi invitò a scendere, mentre io scendevo, mi girai e vidi nel finestrone questa suora che mi sorrideva ed era Pino che si era vestito da suora. E da lì è nato il concetto di geni analfabeti, che oggi si porta tanto, la famosa “ignoranza”.
Hanno influenzato molto il tuo modo di scrivere?
Sì, io sono naïf, nel senso che il naïf è un genere particolare, perché è un filo che sta tra ciò che è bello e ciò che è trash. Allora tu devi stare sempre su quel filo come se fossi un’acrobata, che può carè a na part , può care a nata part e devi cercare di proseguire come un bravo equilibrista.
Oggi si inglesizzano termini come cantautore in Songwriter. Tu hai inglesizzato un tuo brano con il titolo The White Virgiliano’s Man. Se dovessi definirti invece con un termine o un’espressione Napoletana, come ti definiresti?
Bella domanda. Mia mamma sicuramente non mi direbbe cose carine. Non ti so dire… però ci sta un signore a Napoli che mi ha fermato per strada e mi ha detto “ma tu si chill c cant a canzon ro verm solitarj” . Forse potrei essere questo: un verme solitario (ride).
Chi parla con leggerezza dell’amore, spesso porta un dolore dentro di se. Posillipo interno 3, il tuo primo album, è l’indirizzo che questa ragazza ti dava per “appenderti” in maniera educata. Pensi mai a qualcuno mentre canti? E comunque questa ragazza è tornata mai? Soprattutto quando ti ha sentito cantare.
È tornata è tornata (ride), ma era un amore giovanile. Non sono arrabbiato anzi se non mi avesse dato quel palo non avrei mai scritto la canzone, quindi la devo ringraziare nel male.
Si pensa sempre a qualcuno quando si canta. Sai un vecchio poeta diceva che nelle sofferenze in amore ne godono soltanto i cantautori perché poi ci scrivono le canzoni sopra, ed era un poeta che abitava sotto qui il vesuvio ed è Massimo Troisi.
Posillipo nasce come un quartiere di pescatori. Credi che oggi abbia perso quella sua semplicità?
In alcuni posti no, e in alcuni posti sì, nel senso che la mia famiglia è proprio originaria di Marechiaro, dove mio nonno con i suoi dodici fratelli abitava sotto la finestrella , che poi è diventata un ristorante. C’erano i pescatori, c’erano i contrabbandieri figura storica di Napoli. Oggi c’è questa alta-medio borghesia malata, contro la quale la mia arte combatte. Ogni quartiere ha i suoi pro e i suoi contro, però ci sono anche radici molto profonde come in ogni angolo della città. Io sono convinto che è la gente semplice di Napoli che manda avanti questa città, che salva questa città, che ha un amore così garbato, così gentile, così intelligente, e io sono un grande fan delle persone normali. Anche perché credo che la genuinità sia la vera fonte di rivoluzione, oggi tutti vogliono fare i cattivi, io la cattiveria l’ho vista da molto vicino.
Ma nella genuinità c’è la verità. Sei come Goku quando diventa super sayan gold.
Qual è l’obiettivo principale della tua musica e il risvolto sociale che ne consegue?
Il mio obiettivo a livello sociale. Tutti quanti dicono “a voce e napule”. Anche nei miei confronti, Il cantante deve essere sempre “a voce e napule”. Io non mi definisco assolutamente un cantante che possa rappresentare tutta la città , ma una parte di città. In questi giorni non so se avete visto il concerto che abbiamo fatto a Pontida con i 99 Posse, dove c’erano un sacco di ragazzi. Abbiamo avuto un accoglienza calorosissima. Vedere negli occhi di questi ragazzi l’aver capito la mia leggerezza, io che ho sofferto tanto nella vita per la mia leggerezza, e aver trovato tanti amici, tanta gente, che ascolta le mie canzoni, che sogna con le mie canzoni, è la cosa più bella della musica. Non so se posso insegnare qualcosa, però posso dire che io faccio questo mestiere perché ho tante persone che mi vogliono bene, e questa è la cosa più bella: l’aver trovato degli amici, prima che un pubblico. Degli amici che ti vogliano bene, che ti sostengano quando sei triste, è la cosa più bella. Io ho sempre sofferto di mancanze e loro riescono davvero a coprire tutti questi buchi. Io devo tutto, veramente, al mio fantastico pubblico che ritengo fatto di persone speciali.
”E cerca arraggia in miez e’ purtualli, na’ casa fatta e’ mandorle e taralli, e pe’ me fa felice dirai, je faccio ammor cu’ nu samurai”. Mai nella mia vita avrei pensato di incrociare nella stessa frase purtualli e samurai.
Cosa ispira maggiormente la tua creatività nei testi?
Fate sirene e samurai sono tre culture, la fata che rappresenta il Brasile, la Sirena che rappresenta Napoli, i samurai che rappresentano i cartoni giapponesi che ancora ne vedo tantissimi alla quale devo moltissimo.
Tu prima mi dicevi: come ti definisci? Ecco, io credo di essere uno che faccia “fantascienza napoletana”, che è una cosa che nelle canzoni probabilmente mancava. Questa canzone poi è stata scritta per una persona speciale, la persona per cui ho imparato a nuotare. Io da bambino guardavo questa ragazza che stava su questo scoglio, che poi è diventata la mia fidanzatina quando siamo diventati grandi, e una volta stavo anche rischiando di affogare per poterla guardare. Ho vissuto tante cose nella vita e la leggerezza è fra queste, è il sentimento che più mi piace, e cerco sempre di farlo uscire, di mettere tutto ciò che è sognante, tutto ciò che è Tommaso Primo.
James Taylor e Billy joel, Caetano Veloso e Djavan, Panjabi. Hai uno stile originale ma che nell’inconscio credi sia stato influenzato da autori completamente diversi da loro, sia per stile che per provenienza.
C’è qualcuno che invece ritieni simile a te nella musica napoletana?

Tutti i ragazzini hanno preso la chitarra in mano perché c’era Pino Daniele. Però Pino era troppo più bravo di tutti, un talento inarrivabile. E poi noi siamo altre cose, ognuno di noi ha un percorso diverso, anche la modernità, è un qualcosa di veramente diverso da quello che era il “Napoletan power”. Oggi c’è un altro movimento artistico, che prende le radici da tutto ciò che c’è stato, ma non soltanto da Pino o da Avitabile, ma anche dai 99 Posse, i 24, gli Alma, ancora prima con Carosone. C’è tutto un patchwork di generi che oggi come oggi sta esplodendo. Napoli ha una forte gamma di artisti, nel rap, nella musica underground con generi diversissimi fra loro, e il neomelodico, perché è un genere anche quello che va rispettato. Poi c’è chi lo fa meglio, chi lo fa peggio, chi lo fa in maniera un po’ più sguaiata mostrando cose indicibili.
Cosa ne pensi del fenomeno neomelodico?
Io sono un fan dei neomelodici. Trovo una verità in loro. A volto vengo criticato per questo. Per esempio i grandi registi Tarantino, Fellini, si sono sempre ispirati a ciò che è di serie b, ai B-movie, e io sono un fan dei neomelodici.
Cos’è Napoli per te?
È una città che mi ha dato la fortuna di vederla da un punto di vista privilegiato, è una città speciale, con cui ho un rapporto speciale, a cui devo tantissimo, perché quello che sto avendo io a Napoli, in questo periodo della vita, è una cosa che la città non concede a tutti, già il fatto che io la mattina non volevo andare a scuola, e oggi quando prendo il pullman ci sono quelle persone che ti fermano , è una cosa che ti da una botta di vita. Oggi farei lo studente volentieri, invece prima non volevo andare mai a scuola, andavo per scherzare, facevo gli scherzi, sono stato bocciato per 5 in condotta… e quindi oggi la città oggi è una città che amo. Spesso le persone vengono deluse da Napoli. Invece a me è l’unica città che non mi delude mai.
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Chi ama napoli davvero sa che parlare di questa città è solo una chiacchiera, che poco risolve e poco racconta. Napoli ha bisogno di chi ha la forza di raccontare l’amore di questi vicoli, della bellezza di stare tutti i giorni ai piedi del Vesuvio.
Napoli ha bisogno della gioia, “Gioia” di cantanti come Tommaso Primo che con parole e musicalità fondono amore e passione in un termine che può chiamarsi Napoletanità.

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