-A cosa pensi?

-Devo davvero risponderti?

Mi hai drogato in un paese lontano dal mio e non so manco più come cazzo mi chiamo. E perlopiù siamo due sconosciuti.

-Se lo fossimo non mi avresti seguita. Non lo hai fatto per gioco. Sei sicuro che non ti abbia conosciuto più io stasera di altri?

Questa frase mi turbò. Tutti i torti Tamara non aveva.

Chi siamo davvero convinti di conoscere?

La nostra famiglia. I nostri amici. Chi dice di amarci.

Ma è sempre così?

Penelope.

Che palle avere in testa un nome che in tutti i modi vorresti scordarti.

E sì: conoscevo più Tamara che lei. Nonostante fosse passata solo mezza giornata da quando l’avevo incontrata.

-È…è pericoloso qui. Dai chiamo Giordano.

-Il tuo amico?

-È mio fratello.

-Non vi assomigliate affatto.

-Lo so.

-…è più bello di te.

La fulminai con lo sguardo

-Seh.

-Ci offendiamo pure qui… allora c’è un piccolo sher dentro di te.

Sguardi.

-Un leone. Da noi si dice così. Sei un leone vestito da volpino.

-E questo come si dice in Indiano? Sherellin?

-No affatto. Si dice coglione.

Conosceva anche le parolacce.

Mi accorsi ancora che non avevo il telefono, come se fossi preso da sindrome della mano fantasma. Quel vecchietto indiano me l’aveva giocata sul serio.

-Manca qualcosa Sherellin?

Non le risposi. Cambiai voce. Quasi come se avessimo abbattuto tutti i muri della confidenza.

-Dove stiamo andando? Mi drogherai ancora?

-No. Sei già stupido così.

Tamara improvvisamente si fermò.

Ci fissammo, lo facemmo per almeno 15 secondi. Poi scoppiammo a ridere e mi accorsi di non essere l’unico a gesticolare come uno scemo quando scoppiava a farlo.

Ci fermammo e non parlammo più.

Non sapevo dov’ero.

Avevamo un grande istituto affianco a noi.

Non sembrava più la povera India.

I suoi occhi toccarono i miei.

Si gettò sulla mia bocca come se quasi fosse legata ad essa come uno yoyo. La centrò in pieno, aiutandosi con le mani che prendevano le mie ginocchia.

Ero bloccato quasi.

Prima di quel bacio ne avevo dati tanti in vita mia, ma quello sembrava del tutto inedito.

Si accorse che qualcosa non andava e nonostante il modo in cui si piombò su di me, la sua bocca era delicata.

Dire che mi stuzzicò con la lingua non è corretto: semplicemente col corpo mi chiese di baciarla.

Per davvero.

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Si gettò sulla mia bocca come se quasi fosse legata ad essa come uno yoyo. La centrò in pieno, aiutandosi con le mani che prendevano le mie ginocchia.

Ci baciammo con delicatezza, e le nostre lingue si intrecciarono come se si accarezzassero.

Sembravamo nudi nonostante vestiti. Nudi di altro.

Nudi di una sensibilità martoriata.

Non era il fato che ci aveva portato lì, ma il male che ci era stato fatto da chi in un modo o nell’altro aveva preso a calci il nostro cuore.

Non era compassione o desiderio di compagnia il nostro, ma era qualcosa di inetichettabile, che supera quell’ineffabile desiderio che certi baci a volte lasciano nella bocca di chi bacia per altro e non per quel momento.

Non ero abituato al sediolino del passeggero. Spesso guidavo in Italia.

Ci staccammo. Senza far rumore.

Io arretrai e non riuscivo ancora a guardarla negli occhi, quasi a dire a me stesso che non era più quello il mio posto. Vi direi che non sapevo il perché, ma sarei un’ipocrita dato il passato raccontato.

-Di solito mi trovavo sempre a darli dal tuo lato i baci, lo sai? – dissi a testa bassa.

-Ah sì? E com’è stare dall’altra parte?

-Bello. Davvero bello. Bellissimo…

Guardai la parte di sediolino che avevo liberato quasi come se le indicassi di mettersi lì.

Ed è quello che fece. Si mise affianco a me, in cerca di quel calore che non necessita di essere chiamato amore, tantomeno desiderio o passione. Era… calore. Con una mano abbassò delicatamente il sediolino e si accoccolò attorno a me.

Mi sorrise imbarazzata. Rideva davvero come se nel sangue circolasse felicità e timidezza.

Io la guardavo ricambiando.

Mi toccò il naso.

Sembrava davvero un felino.

Cercava altri baci. Ma non forzati, naturali.

Mi baciò intervallando ad ogni bacio una frase.

-Questa è la mia università.
Bacio.

-La mia città.
Bacio.

-Le mie abitudini.
Bacio.

-La mia gioia.
Bacio.

-E…
-E..?

-E oggi ci sei tu.

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Ed è quello che fece. Si mise affianco a me, in cerca di quel calore che non necessita di essere chiamato amore, tantomeno desiderio o passione. Era… calore.

Riabbassò gli occhi come quei bambini che compiono una marachella volontariamente.

Si nascondeva sotto le mani imbarazzata, cercandomi poi, con l’occhio che usciva tra l’indice e il medio.
Il suo sorriso avrebbe aggiustato qualsiasi marachella mi sa.
Capii che a me non aveva dato fastidio e mi andava di guardarla.
Nel silenzio mi toccò ancora il naso.

-La leonessa che è dentro di te sembra abbastanza docile.

Mi toccò ancora il naso.

Lo fece ancora.

E ancora, come fosse una zampa la sua.

La baciai e facemmo l’amore, senza staccare mai i nostri corpi.

Pensandoci eravamo fuori ad un college.

Di film e di campus ne avevo visti parecchi, soprattutto americani.

Ma il modo in cui successe tutto quella sera, non aveva eguali.

Posizioni strane, risate, gemiti e sudore misto a lucine blu e odore della semi-pelle di una Chevrolet.

E il suo odore e la sua delicatezza alternata a una focosità che mai appariva esagerata.

Quella sera l’India era insuperabile.

-Che cosa significa docile? Non so se ricordo questo termine – mi chiese quando finimmo abbracciati sul nostro sediolino a guardare l’università.

Sorrisi. Era difficile capire quando finiva di scherzare e sorprenderti per i suoi modi unici di fare.

Le toccai il naso. Lo feci ancora scrollando le spalle.

Provai a rifarlo e lei mi bloccò la mano con una presa.

-Adesso non sei più docile – le dissi.

-Adesso non esserlo più neanche tu.

Faceva caldo e Nuova Dehli era rimasta fuori da quella macchina con gli ammortizzatori ormai usurati dalla danza.
Una coppia di leoni si trovò e trasformò una gabbia in un hotel di lusso a 4 ruote.
C’era ancora da sudare quella notte.

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Ci baciammo con delicatezza, e le nostre lingue si intrecciarono come se si accarezzassero.

Sembravamo nudi nonostante vestiti. Nudi di altro.

Nudi di una sensibilità martoriata.

Prossimo capitolo Sambuca – 8 – In India si dice che l’ora più bella è quella dell’alba


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