È la regola numero 1: mai mollare.
Roma 2007: Filippo Volandri batte Roger Federer 6-2 6-4. Pubblico in visibilio per un’impresa che ha dello storico.
Mio fratello giocava a tennis. Io avevo un rapporto odio-amore Agassiano con questo gioco, che in un modo o nell’altro non mi riusciva. Mettici che il trovare un maestro di tennis che ti segua non è facile, mettici che a tutti piace il pallone, mettici un peso non ottimale per questo tipo di attività.
Quel giorno devo ammetterlo, rimasi sorpreso per Filo, e scherzai anche con mio fratello riguardo le prestazioni dell’elvetico, senza immaginare ciò che sarebbe successo lì in avanti.
Wimbledon 2007: Finale. Roger Federer alza la cresta in una partita che stava girando dal lato di Rafael Nadal. Il maiorchino, con un look da spiaggia, ma spavaldo come un gladiatore dinanzi al leone è costretto a cedere nonostante le occasioni avute di portarsi avanti nel quinto set.  7-67 4-6 7-63 2-6 6-2 e il mio viso felice iniziavano a farmi comprendere il valore del campione e del sacrificio.
Iniziò una vera e propria droga sportiva. Mi salì la voglia di giocare a tennis e di guardare le gesta di un campione che dava ispirazione nei circoli di tutto il mondo.
Contemporaneamente andava avanti la mia adolescenza, i primi amori, le prime delusioni. Nel 2008 quell’erba londinese fu per me funesta per via del maiorchino Nadal, per poi tornare ad essere giardino di casa Roger nel 2009. Sorridevo per il ritorno del campione. Sorriso che Juan Martin Del Potro mi tolse pochi mesi dopo sul cemento americano degli Us Open.

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Una delle rare occasioni in cui l’eleganza del campione lasciò spazio a… imprecazioni.

Gli Us Open… coincidevano con l’inizio della scuola. Gli occhi gonfi non erano il miglior modo per iniziare gli studi, sopratutto nell’adolescenza.
Iniziai pian piano a valutare l’idea che l’idolo di me stesso dovevo essere io, e mollai l’idea che qualcuno potesse influenzarmi così tanto da chilometri di distanza. Certo, avere avuto l’autografo su un cappellino limited edition agli internazionali di Roma da un Federer sconfitto da Gasquet mi influenzò e non poco. Roger mentre andava via si accorse di avere un pennarello non suo tra le mani, tornò indietro e firmò un RF che assomigliava a un R8. Avevo avuto ciò che volevo, ma… alla fine era solo una firma pensai.
Gli amori, l’estate, il sogno di andare a Wimbledon.
Ebbi l’occasione di innamorarmi e portare l’eleganza del gioco a chi mi stava affianco. Era divertente improvvisarsi maestri del Maestro, in un momento in cui il gioco era entrato per me nelle viscere. Amore dentro e fuori dal campo.
2 anni con poche vittorie per Federer, mentre io ricordavo felice gli anni d’oro e i guizzi di un campione tanto old quanto caparbio, capace di vincere Wimbledon da papà nel 2012, battere Novak “Nole” Djokovic sulla terra del 2011, e arrivare in finale con acciacchi vari nel 2014 e 2015 in finale sull’erba londinese.
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La clamorosa vittoria a Parigi in semi sull’imbattibile Novak Djokovic versione 2011

Nel 2016 la caduta. Ma caduta vera e seria. Semifinale di Wimbledon che si complica ad un passo dalla gloria. Il ginocchio fa crack. Sembra l’epilogo.
La mia vita amorosa emette lo stesso suono del tonfo di Federer, che abbandona i campi per ben 6 mesi.
Falsità, delusione e abbandono, fanno perdere le speranze. “S’è fermato pure Federer, m’è passata la voglia“, fu la mia scusa.
2017. Australian Open. “Me la giocherei na bolletta sul ritorno di Roger“. Ovviamente non l’ho fatto. Federer fa il fenomeno, ma non da subito. Parte a rilento, per poi superare in 5 set gente più fresca e in forma di lui. Supera Berdych sul velluto, poi le battaglie in 5 set con Nishikori e Wawrinka.
In finale Rafa Nadal. La finale più attesa, nonostante le lacrime versate da me per colpa del maiorchino. 23-11 gli Head to Head.
Ancora quinto set. Intervento medico in campo e Nadal avanti. Chiudete tutto. Ci siamo illusi, pure Roger.
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La chiave di “svolta” della finale degli AO

Ma poi qualcosa accade. La benzina nelle gambe inizia a carburare ed ecco che Roger Federer vince il suo 18esimo slam.
Io, incredulo osservavo. Ancora non presissimo. Almeno me la giocavo ‘sta bolletta.
Federer viene sconfitto a Dubai. Pensai: ha fatto il suo assolo… vediamo.
A Indian Wells ancora Rafa in ottavi. Lezione di tennis e vittoria finale nel torneo.
Mamma mia… come sta bene il ragazzotto.
A Miami battaglie e Rafa in finale. Un nastro elvetico e un’aggressività svizzera sembravano davvero dirmi una sola cosa: non mollare.
Roger vince il torneo. Fenomenale, non trovo altre parole.
Gli occhi mi si rifanno lucidi, e non per fanatismi o altro. Ma per il ritorno del desiderio. Il ritorno di dire la propria, anche in piccolo, in un palcoscenico mi che ha accompagnato per parecchio.
Guardo i residui di una racchetta che ha incontrato tante volte il campo da gioco. Frutto di più delusioni e dolori che gioie e amori.
Mi dico che mollare è da perdenti.
Ma sì! La mia è stata solo una pausa.
Rialzo la china e mi dico che mollare non fa per me, una seconda, terza, quarta, quinta, sesta (e così via) possibilità va sempre data a se stessi.
Perché è nel gioco che si esprimono gli uomini, e io sento di aver ancora qualcosa da poter mostrare.
Almeno un’altra volta bisogna provare. A prescindere da chi ci sia dall’altra parte del campo dai il meglio di te e ricorda: una palla finita out, non ti fa perdere la partita.
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“Non pensavo di avere tutte queste energie dentro di me.”

0 Replies to “Mai Mollare. Gli insegnamenti che ho appreso da Roger Federer5 min read

    1. francescogallucci7 says:

      Ho letto la tua recensione e prometto che recupererò il film. Ti ringrazio del paragone ad una storia simile, da davvero l’impressione di essere un bel film. Vorrei chiederti: ti sei rivisto in quel film?

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      1. wwayne says:

        Moltissimo! Se ti va, poi fammi sapere come l’hai trovato. Se invece non dovessi più sentirti, per me avertelo fatto scoprire è già una grande soddisfazione. Grazie a te per la risposta! 🙂

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