Si può dire che inizia davvero qui la mia storia.

“Nel posto dove non riesci ad arrivare, c’è il tuo futuro.”

Con questa frase, il fachiro Tomas che tutto sembrava tranne che indiano, mi accolse nel tempio del Loto. Tamara gli faceva da traduttrice, e io, mi chiedevo come era possibile che ad una semplice danzatrice del ventre di un resort aprissero le porte di uno dei templi più importanti di Nuova Dehli.
Mmm… riassumendo: erano le 2 del mattino in un tempio di chissà quale religione, in compagnia di una bellissima donna, ma anche di un fachiro nel bel mezzo di Nuova Delhi. C’era da impazzire è vero ma… la mia routine era diventata l’avventura, o no?

Il fachiro mi guardava con aria sospetta. “A questo lo buco” credo pensasse. Mi stesi lentamente come mi diceva su un letto di chiodi. Non avevo intenzione di farlo, ma Tamara minacciò di spingermi e io avevo già i miei di chiodi in testa che bastavano e avanzavano per tutto il corpo. Confesso: mai avrei immaginato di stare così bene steso su dei chiodi.

Ogni singola puntina affilata d’acciaio spingeva forte contro la mia pelle. Mi immaginavo già all’epilogo, ma lo show, non era che agli inizi. Il fachiro iniziò a parlare solo sottovoce.

-Chi dannazione lo capisce. Potrebbe dire di tutto – dissi a Tamara.

-Inizia a fidarti delle persone.

-Di un fachiro mezzo indiano? Con tutto il rispetto…

-Francesco! Tomas non potrebbe nemmeno fare tutto questo. I fachiri agiscono in strada.

-Ma che ca…?!

Tomas il fachiro alzò la voce.

-Forse vuole zittirci – feci.

-E allora chiudi la bocca altrimenti ti trafigge!

Tamara mi convinse a girare Nuova Dehli di notte. Dal Tivoli andammo via con la sua Chevrolet Impala SS del ’69 o del ’72. Avrei sempre voluto capirne qualcosa di auto., ma senza saperne molto, l’auto di Tamara, sembrava una di quelle macchine d’epoca che se si fossero trovate in America sarebbero valse milioni, ma per qualche assurdo motivo si trovava in India ed eccola qui a godersi le polveri e le spezie. Ma perché chiedere a Tamara come l’avesse avuta? Non era la tipa che raccontava facilmente i suoi segreti. Avevamo sfrecciato nella notte indiana ad una discreta velocità di 85 orari, che detto tra noi, erano una signora velocità su quelle strade. Tutto brillava di blu, e non per panorama, ma perché gli interni della macchina erano tappezzati di piccole lampadine blu che illuminavano tutto.

 

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La mia routine era diventata l’avventura, o no?

-Fanno atmosfera!

-Sono molto natalizie, tranquilla- le risposi scherzoso, ma non contrario.

Era ancora più bella sotto quella luce blu. Tamara non era una di quelle ragazze comuni. Era piuttosto una di quelle persone che ti fanno chiedere a te stesso se sei o meno alla loro altezza. Era pulita dentro e bella fuori. Credo mi avesse preso a cuore perché doveva avere avuto qualche sofferenza da patire anche lei. Le persone scoprono di avere cuore quando conoscono il dolore.

Intanto Tomas lasciò accendere dinanzi a me qualcosa. Qualcosa ardeva ed io non potevo sapere cosa. Non potevo muovermi altrimenti mi bucavo come uno scolapasta!
Provai a dire qualcosa, ma fu tutto inutile: fui stoppato prima ancora di iniziare a parlare.

-Shhhhh… – mi fece con un dito Tamara, improvvisamente affianco a me sul letto di chiodi.

“Cosa? E tu sei qui affianco a me? Ma come è possibile?” pensai, convinto di aver parlato. La sua voce era incredibilmente sensuale. Il suo corpo era affianco al mio , come quello di un amante che si sveglia prima di te in una stanza dell’Hilton Hotel di Paris e ti lascia dormire. Avevo l’impressione mi stesse per saltare addosso. Anzi, volevo mi saltasse addosso. Sì. Non avevo freni inibitori. Ma com’era possibile? Una vita passata a ricercare valori di ogni genere per diventare poi così debole? Ebbi l’impressione di iniziare a muovermi su quei chiodi…

Avete mai visto Il Grande Lebowski? Ecco, io ora ero Jeff Bridges convinto di volare in posti oltre il mondo. Mi sentivo come fossi sul Gange volando a pelo d’acqua, senza bagnarmi anche quando entrai in acqua.

-Lasciati andare – una voce mi sussurrò.

Non sapevo più chi fosse. Tomas? Tamara? Penelope?

Come?

Come? Penelope.
Penelope.
Non ho ancora parlato di Penelope? Dio come ho fatto. Penelope era la luce dei miei occhi.
Ci conoscemmo ragazzini nell’estate del 2007. Avevo dodici anni, lei dieci. Non conoscevo bene le zone di Napoli, lei invece sì. Era nativa del quartiere dei Colli Aminei, io invece ero un sempliciotto di un quartiere più particolare, Barra precisamente, Napoli est. Fossi nato in Brasile nel quartiere omonimo, ora sarei un uomo ricco e invece capitai nel napoletano, in una zona della mia città abbastanza povera. Distratto dal rumore del mare sugli scogli, fui distratto dalla voce di una bambina.

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Nel cuore di bambino quell’atteggiamento da maschiaccio, appariva il più tenero, dolce e femminile possibile. Bastò, per farla accomodare affianco a me.

-Se lanci una pietra puoi farla galleggiare sull’acqua – mi disse.

Non le credevo, non capivo chi fosse e per i bambini è sacrosanto diritto fare un quarto grado prima di farti giocare con loro. Bambini… quando a dodici anni si era ancora bambini preferendo un giochino simile a un telefonino. Gli ultimi bambini pre-digitale.

-Cosa vuoi, chi sei e cosa vuoi fare?- le dissi rapido con un tono da giornalista.

-Ho detto che si possono far saltare le pietre sull’acqua! Ma non capisci!!! Sei sordo!

Nel cuore di bambino quell’atteggiamento da maschiaccio, appariva il più tenero, dolce e femminile possibile. Bastò, per farla accomodare affianco a me.

-Guarda che se tiri la pietra con la mano così, puoi farla scivolare sul dorso.

-Dorso? Cos’è? – chiesi imbarazzato.

-Aeeeee guarda e basta!

Abbiamo sempre scherzato su quante volte quella pietra avesse fatto un tot di saltelli. Lei dice 5, io continuo a dire 20. Ogni volta che ci scherzavamo su, facevamo l’amore. E anche da bambini successe qualcosa: la baciai dall’euforia di ciò che avevo visto.

-OOOAAAH. Ma che fai?! Queste cose le fanno i grandi!

Mi diede uno schiaffo in mezzo al viso. “Aaaaahi che bambina” pensai io.

Già mi piaceva.

Ancora mi manca.

Diventò la mia bambina quel giorno, anche se non fu quello il giorno in cui ci presentammo. Occorsero 8 anni per conoscerci. Linda, la mia amica del cuore, aveva la maturità. Le piacevo, lei per me era una semplice amica. La tipa che ti parla di trucchi, ma a cui vuoi bene perché con te si diverte. Nella sua classe c’era Penelope e quando arrivai, discuteva già in maniera fluida con i suoi professori. Li spicciò in maniera rapida e finalmente potetti rifiatare. Aveva un fare conosciuto. Era bellissima. Mi ricordò quella bambina.

-Vado un attimo in bagno – disse a Linda. – Il tuo esame non me lo perdo per nulla al mondo.

Io avevo fatto scuola lì, ma mai avevo così amato quelle mura prima. Soltanto dopo venni a sapere che si trasferì nella mia zona quattro anni dopo il nostro infantile incontro, per poi finire nella scuola dove ero passato io. “La donna della mia vita” pensai senza nemmeno conoscere il suo nome.

Andò in bagno. Aspettai giusto 20 secondi, il tempo di intervistare l’inconsapevole Linda, per poi andare in bagno anch’io:

-Quando venivo qui lei non c’era ?

-No. Ti piace?

Come potevo rispondere ad un’amica gelosa?

-Assolutamente no. Vado in bagno và.

-Prima del mio esame, tutti in bagno dovete andare!

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L’amore è impegno. Il credito che paghi per essere cosparso di sentimenti. Questo quel bacio non ce lo disse, ma come avrebbe potuto?

La aspettai. E la incontrai.
“So che ti sembrerà assurdo, un film o tutta una chiacchiera.
Ma…ma…ma…
Io mi sono innamorato di te da quella volta che ti vidi a Napoli a lanciare pietre sul dorso.
Avevamo dieci e dodici anni.
Eri meravigliosa e mi sei rimasta dentro.
Ti…ti…ti prego.
Ti scongiuro.
Credimi anche se folle”.
Non so perché. Mi credette. Ci baciammo nella maniera più inspiegabile che solo gli amori a prima vista sanno darti. Non so se c’entrasse l’euforia della maturità, ma negli istinti io ci vedo l’infinito. Mi fanno sentire invincibile e in quel momento fui subito aiutato da una forza vagante chiamata amore.

L’amore è impegno. Il credito che paghi per essere cosparso di sentimenti. Questo quel bacio non ce lo disse, ma come avrebbe potuto?
Non ero mai stato un grande sentimentale prima di quel momento, ma quello era il Nirvana dei baci e l’unico pensiero che portai felice a casa da quella giornata, fu di fare in modo che quelle labbra fossero eternamente attaccate alle mie, incuranti del tutto.
Incuranti dell’essere uguali a quelle del giorno prima.
Delle difficoltà che affrontiamo tutti i giorni.
Delle lacrime.
Del tutto.

Una strana forza, come una luce mi si abbatté in testa.

-IO TI AMOOOOOOOOOO!

Urlavo e sbraitavo ma non vedevo nulla. Mi sentivo svuotato e davanti a me avevo solo del fumo blu. Ero avvolto in un lenzuolo.

Ero in macchina. Tamara al mio fianco. Aspettava che mi riprendessi. Tomas era fuori dalla macchina appostato come una prostituta, con abiti però normali e non da fachiro.

Mi sorrisero divertiti e felici che stessi bene. Si salutarono in italiano.

-Ma allora non sei indiano?- dissi a Tomas senza capire veramente un cazzo.

-Frate, ij so cchiu napulitan ‘e te. Cià stamm bbuon e arrepigliete!

Tamara. Ferma. Mi osservava trattenendo una risata che stava per riempire la notte. Era passata a stento un’ora dicevano gli orologi. Dovevo crederci? Sapeva di magia quel posto.

“Tutto il mondo è paese” pensai. Un fottutissimo paese.

Quella notte non avevo voglia di fare troppe domande, magari stavo ancora sotto effetti di aghi e ricordi.

Lasciai rimbombare la risata di Tamara nel blu di quella notte e di quelle luci natalizie che ci avvolgevano intorno.

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Le persone scoprono di avere cuore quando conoscono il dolore.

Prossimo capitolo Sambuca – 7 – Leoni addomesticati


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