Nuova Delhi. Che cosa ci facevo lì, non saprei dirlo, ma mio fratello era l’incarnazione del detto “a vit s’adda piglia comme vene!” ed ecco due biglietti per l’India. India o meno, come diceva Troisi, a me la vita… vene sempre ‘na chiaveca.

Alto, muscoloso, sorriso a 32 denti sotto un paio di Tom Ford che finivano su un naso non piccolino, ma da attore di cinema. Capelli sistemati e maglia bianca. Mio fratello Giordano era il meno appropriato a quel trenino indiano, bensì avrebbe potuto lasciarsi fotografare in ogni angolo del treno per farne un book da portare a Calvin Klein.

Eravamo comunque simili nell’aspetto, nonostante io non mi curassi, soprattutto in quel periodo. Anzi, in quel periodo mi prendeva anche di mira.

-Sei adatto all’ambiente – mi disse sottovoce ghignando.

-Non credo ci siano italiani, tranquillo. Alza pure la voce.

Giordano. Una vita fatta di istinti e scelte last minute. Ed io ero lì, al suo fianco. Senza ricordare nemmeno come e quando mi convinse a partire.

Da appassionato di cinema mi aspettavo di vivere un’esperienza come Il treno per Darjeeling di Wes Anderson, ma per quanto la vita possa assomigliare ad un film, non è mai come t’aspetti.

-Dovremmo fare le domande che facciamo appena conosciamo qualcuno più spesso e non solo nei primi tempi. Ci pensi? Se ti chiedessi che musica ascolti ora mi diresti che sei fan dei One Republic, nonostante credo che tu li abbia cominciati ad ascoltare seriamente da ieri.

-Mo’ ricominci?

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Da appassionato di cinema mi aspettavo di vivere un’esperienza come Il treno per Darjeeling di Wes Anderson, ma per quanto la vita possa assomigliare ad un film, non è mai come t’aspetti.

-Dovremmo fare le domande che facciamo appena conosciamo qualcuno più spesso e non solo nei primi tempi. Ci pensi?

Giordano si era abituato a quel mio atteggiamento, anche se non gli piaceva. “Sii più semplice, lo sei sempre stato” mi diceva. Ma io lo ascoltavo e non capivo, anzi, non ci riuscivo più.

-Chiedilo al Dalai Lama mo che lo vedi, e non ci pensare.

-Tu che musica ascolti fratellone? – insistei con una faccia sorridente e da schiaffi a mano aperta.

-Quella che brucia il cervello, ma non ai livelli delle tue chiacchiere.

*

La nostra coincidenza sarebbe dovuta arrivare la sera in zona hotel: una delle poche situazioni ricche di quel posto.

Prima di scendere notai mio fratello fissare un uomo molto magro.

-Chissà cosa pensa… – mi fece – che ne dici pensatore?

Mi fermai a fissarlo. Poi iniziò a pregare con la stessa delicatezza con cui Chopin suonava i suoi notturni.

-Allora non sono l’unico che osserva – dissi a mio fratello alzandomi.

Gli diedi un bacio sulla fronte e mi andai a sedere vicino a quell’uomo.

-Ma che cazzo fai? – mi fece imbarazzato ma divertito Giordano. Sapevo che qualunque cosa avessi fatto sarebbe stato felice, l’importante era non pensare troppo.

C’erano poche possibilità che io e il mio amico indiano ci intendessimo. Per farlo? Diventammo improvvisamente bambini.

Mi sorrise, gli sorrisi.

Le sue rughe non potevano nascondere il suo sorriso bambino. Mi guardò immobile. Poi fece dei movimenti con le mani che io istintivamente notai. Raramente mi sono divertito con così poco. Ci capivamo soltanto io e lui lì dentro e la cosa straordinaria fu che non dovemmo proferire parola. Era uno spettacolo per pochi, con mio fratello che faceva da platea ridendo ormai imbarazzato.

Lentamente lo spettacolo si allargò quando iniziammo ad emettere versi. Io sembravo uscito da Karate Kid. Lui pareva uno di quei monaci che potrebbero anche stenderti col pensiero.

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Sii più semplice, lo sei sempre stato

Le risate si allargarono dopo che brillantemente il nostro attore di strada indiano mi fece segno di inginocchiarci al centro della carrozza. Chissà se la gente rideva per derisione o comprensione si sarebbe chiesto chiesto un affascinato Pirandello.

Mio fratello fu causa però dell’evento delirante, quello provocante caos. Estrasse dallo zainetto una bottiglia di Molinari, che signori miei, non so nemmeno perché l’avesse. Non riusciva a star fuori dalla scena e così, si piazzò al centro dell’attenzione poggiando due bicchierini davanti a noi.

Sambuca! – esclamai dandogli corda.

Il mio nuovo amico provò a ripetere ma ridemmo tutti nel suo tentativo.

Gli feci segno di seguire me nel bere e capì. In quella vacanza la sambuca sarebbe stata il nostro linguaggio internazionale.

Bevemmo in un sorso solo dopo aver fatto battere anche il bicchierino a terra. Il linguaggio del cicchetto divenne legge anche su quella corrispondenza. Eravamo compagni di bevute per dirla alla Bukowski. La faccia che fece l’amico quando lo bevette fu la stessa che fanno i neonati quando assaggiano per la prima volta il gelato. Disgustata, ma vogliosa di riprovare.

Fu lì che mio mio fratello alzando la bottiglia gridò – Sambuca per tutti!

Giordano non perse l’occasione di rendere brillo un intero treno. Bocche aperte, bottiglia che passava di mano in mano e una quantità immensa di bicchierini. Iniziai a pensare che mio fratello, che in quel momento seduceva una prosperosa 40enne indiana, nel suo zaino avesse solo bicchieri e bottiglie. Sperai che almeno in valigia avesse abbigliamento e non ne chiedesse a me in cambio di bottiglie.

Quell’uomo scese prima di tutti. Lasciò lo “spettacolo” tra gli applausi e credo – per non so quale motivo – che quello fosse il suo intento. Dava l’impressione di essere un uomo povero di tasca, ma non di spirito.
Mi stampai la sua faccia come un poster nella mente quando scese nel buio, per paura di dimenticarlo.

Sorrise, mentre i suoi passi ciondolavano in una stazione della quale si vedeva a malapena il pavimento.

Chiesi in giro chi fosse, ovviamente invano: nessuno sembrava conoscerlo, né sembravano capire molto l’inglese. A difesa loro posso dire che il mio inglese non era comunque dei migliori.

-Giordà, secondo te chi era?

-Un mezzo pazzo fratello mio. Ma quanto ci ha fatto ridere?

Mi toccai la tasca che sentii vuota. Non trovavo più il portafoglio e il telefono.

-Giordà Giordà! Ho capito chi era! Questo si è rubato tutto!

-Ma che dici…?

Trovai stranamente i soldi nella tasca del giubbino, insieme a passaporto e carta d’identità.

-Ma scusa il portafoglio ce l’avevi. Se qualcuno l’avesse preso che senso ha tenerselo e ridarti tutto?

-Il cellulare poi… – risposi avvolto nei miei pensieri.

Era la nostra fermata. Scendemmo. Ci guardammo con sorrisi strani. Eravamo tanto brilli quanto lucidi. Forse l’euforia, forse il viaggio, forse addirittura la sorpresa.

Mi resi conto poi, che quell’uomo che vidi l’ultima volta sparire nell’ombra, non fece che farmi il regalo più grande di quella vacanza: lasciarmi soltanto gli occhi per immortalare l’India.

treno sera india.jpg

Dava l’impressione di essere un uomo povero di tasca, ma non di spirito.
Mi stampai la sua faccia come un poster nella mente quando scese nel buio, per paura di dimenticarlo.

Sorrise, mentre i suoi passi ciondolavano in una stazione della quale si vedeva a malapena il pavimento.

Prossimo capitolo Sambuca – 4 – Lezioni di Nirvana


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