Non avrei mai pensato in vita mia di poter scrivere un libro. E infatti non è quello che sto facendo.

2017: scrivo un racconto in un blog. Particolare come mezzo, non definibile come libro.

Il libro è carta, sensazione al tatto, orecchietta alla pagina sul lato preferito, insomma… è tante cose.

Lo diventerà.

Sento con tutto me stesso che il racconto, alla quale non credevo potere dare un seguito, sia invece l’unico che abbia avuto il coraggio di uscire dalla mia mente, per primo, senza chiedermi il permesso.

Il racconto, che durante bevute, lacrime e risate, ha preso vita e mi ha fatto capire tante cose tramite lettere, frasi ed esperienze.

Il tutto nato da me. 

Il titolo è un chiaro riferimento a quel forte alcolico che ricorrente è apparso nei miei venerdì, quando la vita si presentava al mattino con la mano sinistra e di fare del bene non ne aveva intenzione.

Di cosa parla? Lo lascerò dire a voi e a Francesco. Il Francesco protagonista di Sambuca, che ci mette una vita a rivelare il suo cognome, ma ancor di più ad aprirsi completamente  con se stesso.

Io rimango orgoglioso di “tessere” queste parole, in qualità di avere, per adesso, l’unica copia di questo libro. Da qualche parte dentro di me. Perché se devo dirti la verità, mentre scrivo queste parole, il racconto non è nemmeno finito.

Perché iniziare a pubblicarlo?

Perché voglio che vi ubriachiate mentre lo leggete, che dite a chi amate che lo amate, che sappiate piangere e che sappiate emozionarvi, e che soprattutto non abbiate mai la sicurezza che ci sia un capitolo dopo ciò che state leggendo. Perché l’amore per chi resta solo è così, e soltanto il conforto e la speranza possono salvarlo. Ubriacatevi come diceva Baudelaire. 

E se non vi piacerà, pazienza: mi ricorderò di voi sul fondo dell’ultimo brindisi al sapore di anice.

Sambuca per tutti.

P.S.: il racconto ha anche un profilo instagram che è questo qui: @sambucailracconto. Ci troverai vari contenuti con estratti o opinioni sul libro.


E se ci dicessero che il nostro non era amore
io vorrei incontrarti ancora
per far nascere
quell’amore mai nato.

Quel parco mi ricordava Neverland, il film con Johnny Depp. Avevo uno stile inconfondibile quel giorno, quasi come l’attore.
Cappotto bleu, tinte scure, mani nelle tasche, capelli curati. La vita mi aveva cambiato.

Mi chiamavano l’artista gli amici, anche se rimanevo un bohemien dentro. Uno di quelli che vive alla giornata dispensando storie e consigli a chi incontra.

Credo che in questo parco mi ci portò quel viaggio a Londra, decisamente.

Avete mai avuto l’impressione che ci sia un particolare motivo che guidi i vostri passi?

Londra era multietnica, esageratamente grande e una realtà nuova per uno come me: attento e osservatore, ma pur sempre un tipo semplice.
Ora che ci penso, pensare e osservare sono due delle parole che mi sono rimaste addosso senza il bisogno di ricorrere ad un tatuatore.

La panchina era comoda per essere di un legno della quale, da ignorante in materia, non conoscevo le qualità. Eppure sapevo che sedermi lì significava gustarsi la culla del mondo. Una stanza dello spirito e del tempo dove i bimbi che giocavano, i giovani amanti e gli anziani che parlano di ogni tipo di bocce, non erano altro che per me distrazione. Per me e chi avrebbe colmato quel vuoto su di un legno che a malapena conoscevo.

Erano il paesaggio che vedi fuori dal treno quando nell’imbarazzo cerchi le parole per sostenere la conversazione con la ragazza che ti piace e alla fine è lei ad avvicinarsi a te.

-Hai scoperto cosa sei?

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Intollerante. Odiosa. Era come i ricci: potevi guardarla ma non toccarla.

Una voce fece campo nei miei pensieri. Era sempre bella, ma un po’ meno da quando si ricercava nelle parole e nei gusti degli altri.

-Non potrò mai scoprirlo, posso solo provare a…

-E non parlare sempre! – mi fece – voltati!

-Ma non ti sei nemmeno seduta.

Si sedette.

Intollerante. Odiosa. Era come i ricci: potevi guardarla ma non toccarla.

Soprattutto se eri me.

-Ciao – le dissi. La coda dell’occhio era un espressione a me congeniale in quel periodo. Le rivolsi uno sguardo leggero, senza guardarla davvero. Giusto per accarezzarla con gli occhi, senza darle la giusta importanza.

Silenzio. Non occorrevano davvero parole tra noi. Non occorrono mai tra due anime in subbuglio. Accenno di sorrisi. Mi guarda quando non la guardo. In quei momenti sembrava di ritornare alle prime volte.

-Ti va di camminare? – le chiesi.

-Fatti guardare ancora un po’ – rispose.

Ebbi un sobbalzo al cuore e i miei sentimenti, dondolarono come su un’altalena.

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Non occorrevano davvero parole tra noi. Non occorrono mai tra due anime in subbuglio.


Prossimo capitolo Sambuca – 2 – I fiocchi di neve


Segui il racconto sul suo profilo instagram @sambucailracconto


 

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